Anche i tramonti possiedono una loro rispettabile solennità, per chi li sa apprezzare. Purché, beninteso, il crepuscolo non si prolunghi oltre il lecito, e chi vive il proprio eviti di umiliarsi – al pari di Faust nel dramma di Marlowe – tentando di procrastinare il compiersi della sorte.
Va riconosciuta a Romano Prodi una sobrietà non comune nell’uscire di scena. Da uomo pubblico consumato, avvezzo a calcare palcoscenici internazionali, ha compreso quale fosse il momento opportuno per porre fine al proprio percorso politico. Senza proclami, senza diktat, senza interviste fiume. Vi è qualcosa di profondamente cristiano nel non far coincidere vita biologica e vita attiva, tempo dell’esistenza e mondanità. Prodi forse se n’è ricordato. Gli è mancata la superbia di reputarsi indispensabile, nonché l’attaccamento al “potere per il potere” che spesso accompagna la senescenza. Quasi a rimarcare il primato della «cittadinanza del cielo» rispetto agli affanni umani, a dispetto di un rivale storico – sempre più prigioniero del proprio giovanilismo esteriore – candidato alla guida del Paese per la quinta volta.