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	<title>ElectionCentral.it - ELEZIONI POLITICHE 2008 &#187; Tommaso Milani</title>
	<link>http://electioncentral.netsons.org</link>
	<description>Approfondimenti, sondaggi, stime, commenti, opinioni sulle elezioni politiche del 2008 in Italia.</description>
	<pubDate>Sun, 06 Jul 2008 13:52:27 +0000</pubDate>
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		<title>Rosso Tenebra</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 00:53:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[fainotizia]]></category>

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		<description><![CDATA[3,9 milioni per PRC, Verdi e PdCI nel 2006, 1,1 milioni (assieme a Sinistra Democratica) nel 2008. Poco meno di due milioni di voti bruciati nel giro di due anni, un Presidente della Camera uscente non rieletto, la mancata rappresentanza parlamentare. Questi gli effetti più eclatanti dell’impressionante tracollo socialcomunista, nell’anomalo Paese che – unico in Europa – li ha posti in condizione di governare, poi – altrettanto unico – li ha cacciati con ignominia da ambo le Camere. È un bilancio tragico per una sinistra – presuntuosamente dichiaratasi «l’unica» su piazza – uscita a pezzi dalle urne, che sull’altare del rinnovamento in chiave «unitaria e plurale» (una e trina, ha ironizzato Valentino Parlato) ha sacrificato falce e martello, ma soprattutto anima, stime, consensi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.lanternerosse.it/bertinotti.jpg" height="104" width="207" />3,9 milioni per PRC, Verdi e PdCI nel 2006, 1,1 milioni (assieme a Sinistra Democratica) nel 2008. Poco meno di due milioni di voti bruciati nel giro di due anni, un Presidente della Camera uscente non rieletto, la mancata rappresentanza parlamentare. Questi gli effetti più eclatanti dell’impressionante tracollo socialcomunista, nell’anomalo Paese che – unico in Europa – li ha posti in condizione di governare, poi – altrettanto unico – li ha cacciati con ignominia da ambo le Camere. È un bilancio tragico per una sinistra – presuntuosamente dichiaratasi «l’unica» su piazza – uscita a pezzi dalle urne, che sull’altare del rinnovamento in chiave «unitaria e plurale» (una e trina, ha ironizzato Valentino Parlato) ha sacrificato falce e martello, ma soprattutto anima, stime, consensi.</p>
<p>Al cospetto della disfatta, una domanda sorge spontanea: la sinistra radicale, intesa come blocco sociale e gruppo identitario, si è davvero esistita? Siamo in presenza, per utilizzare la formula proposta da Ernesto Galli della Loggia (<em>Corriere</em>, 16 aprile) di una storia finita? Io non direi. L’esito delle amministrative, svolte in contemporanea alle politiche, offre del resto un quadro differente: l’Arcobaleno perde sì consensi, ma ne ottiene quasi il doppio rispetto alla competizione nazionale. Si intuisce che una fetta non indifferente dei tradizionali sostenitori di Bertinotti  &amp; C. ha preferito «turarsi il naso» ed assecondare l’etica della responsabilità, scegliendo Veltroni in funzione antiberlusconiana. Altrettanto evidente è che un robusto slittamento a destra del Paese (non è da escludere una sorta di “travaso spontaneo” di voti che attraversa l’intero arco costituzionale, giungendo infine a premiare la Lega) ha penalizzato i massimalisti.</p>
<p>Eppure, ridurre la Caporetto del 14 aprile a simili variabili significherebbe non cogliere il significato più profondo del grande crollo: il rigetto di un’intera classe dirigente chiassosa e inconcludente, incapace di governare non meno che di dar vita ad un’opposizione dignitosa. Ha perfettamente ragione Alessando Del Lago (<em>Liberazione</em>, 15 aprile) ad individuare un «problema non di radicamento ma di rappresentanza», alla luce «delle molte parole e niente fatti» dell’esperienza Prodi. Probabilmente persuasa di poter contare su uno zoccolo duro ben più fidelizzato e indulgente, l’ala sinistra si è dimostrata incapace di dar vita ad una strategia coerente ed efficace, facendosi carico dei compromessi che ogni gestione condivisa del potere richiede. Ha ottenuto, pertanto, un doppio esito negativo:  per un verso, ha esasperato quella larghissima parte di moderati e riformisti insofferenti all’estremismo verbale ed al ricatto, giunti a plaudire la svolta autonomista e centrista di Veltroni a mo’ di manna; dall’altro, ha deluso la frangia più pragmatica ed amareggiata del suo elettorato, convitasi che il radicalismo – per dirla con l’icastica ed impietosa immagine offerta da un metalmeccanico intervistato da <em>Liberazione </em>– si curi più di «froci e zingari» che della gloriosa classe operaia.</p>
<p>L’assoluta dabbenaggine di un gruppo dirigente gerontocratico, fallimentare e grottescamente sessista ha fatto il resto in campagna elettorale. L’errore fondamentale risiede quasi certamente nell’aver creduto che il richiamo alla lotta di classe potesse sommuovere le coscienze di un popolo indebolito dall’integrazione economica mondiale. Un processo che, in barba ad ogni internazionalismo, finisce con l’acuire l’ostilità verso l’estraneo di pari appartenenza sociale (la bocciatura della Costituzione Europea in Francia nel 2004, sull’onda dell’avversione per il fantomatico «idraulico polacco», non ha insegnato nulla?) ben più che nei confronti del piccolo imprenditore locale.</p>
<p>Perché del resto un precario dovrebbe schierarsi con i partiti che con più forza hanno insistito per l’abbassamento dell’età pensionabile, od un lavoratore dipendente con coloro i quali sono più restii a rimettere a rimodulare il carico fiscale a suo vantaggio?</p>
<p>La sinistra radicale, presumibilmente, esiste ancora. Semplicemente si è limitata a punire i dirigenti del non fare. Alla luce delle dimissioni a catena, spetterà probabilmente ad una nuova generazione l’onere di ripartire, pena la futura irrilevanza, tracciando un iter ragionevole e realistico, che tenga conto della spinta bipartitica in atto. Naturalmente non è detto che avvenga: l’estremismo è per natura incline ad illudersi e l’uomo, come Churchill sapeva, può anche inciampare nella verità, ma il più delle volte tende a rialzarsi e a proseguire come nulla fosse.</p>
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		<title>Polvere di Silvio</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Apr 2008 22:21:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Articoli]]></category>

		<category><![CDATA[fainotizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Una volta sbollita l’enfasi delle ore successive al voto, quando il trito rituale delle dichiarazioni in doppiopetto sarà esaurito, emergerà con chiarezza il più vistoso esito di questo imprevista – e sostanzialmente imprevedibile – tornata elettorale: a vincere non è stata la destra, né la sinistra a perdere; non una visione nitida si è imposta a scapito di una alternativa, né un preciso ed omogeneo insieme di interessi sociali ne ha sopravanzato uno antitetico. Tanto meno hanno influito le lambiccate alchimie derivanti dall’obbrobriosa legge elettorale. Per una volta, sociologia, scienza politica ed ingegneria costituzionale sono del tutto impotenti nel far comprendere l’accaduto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img src="http://electioncentral.netsons.org/wp-content/uploads/Berlusconi.jpg" width="258" align="left" height="209" /><font size="3" face="Times New Roman">Una</font><font size="3" face="Times New Roman"> volta sbollita  l’enfasi delle ore s</font><font size="3" face="Times New Roman">uc</font><font size="3" face="Times New Roman">ce</font><font size="3" face="Times New Roman">ssive al voto, quando il trito rituale delle  dichiarazioni in doppiopetto sarà esaurito, emergerà con chiarezza  il più vistoso esito di questo impre</font><font size="3" face="Times New Roman">vista – e sostanzialmente imprevedibile  – tornata elettorale: a vincere non è stata la destra, né la sinistra  a perder</font><font size="3" face="Times New Roman">e; non una visione nitida si è imposta a scapito di una alternativa,  né un preciso ed omogeneo insieme di interessi sociali ne ha sopravanzato  uno antitetico. Tanto meno hanno influito le lambiccate alchimie derivanti  dall’obbrobriosa legge elettorale. Per una volta, sociologia, scienza  politica ed ingegneria costituzionale sono del tutto impotenti nel far  comprendere l’accaduto.</font></p>
<p align="justify"><font size="3" face="Times New Roman">Il 14 aprile  2008 ad affermarsi è stato solo e soltanto un uomo, Silvio Berlusconi. </font></p>
<p align="justify"><font size="3" face="Times New Roman">È una vittoria  caparbiamente perseguita con metodi e strumenti del tutto personali,  talora personalistici. È un successo che trascende qualsiasi logica  di schieramento, qualsiasi disamina – più o meno spicciola – che  mirasse a sezionare le sofisticate sensibilità dei cittadini italiani.  Avrebbero potuto essere le elezioni dell’astensionismo acuto, dell’irrobustimento  del centro, della sinistra antagonista che rivendica la sua vocazione  impolitica. Nulla di tutto questo. Le etichette elaborate, nei giorni  scorsi, da editorialisti e commentatori si sono rivelate fallaci. La  formula decisiva, che nessuno (nemmeno la stampa vicina al centrodestra)  ha colto, si è rivelata una ed una ed una sola. Le elezioni  del 14 aprile 2008 rappresentano il trionfo definitivo di un leader dato per declinante.</font></p>
<p align="justify"><font size="3" face="Times New Roman">Tutto il resto,  a ben guardare, è un effetto collaterale, un dettaglio nell’uragano  scatenato dal Cavaliere. Persino il buon esito del Partito Democratico  (nel tracollo generale) appare conseguenza di una vocazione centripeta  che spazzato al margine della scena politica le forze minoritarie. Scompare  il PSI, Casini perde consistenza e prestigio. Eclatante il tracollo  della Sinistra Arcobaleno, la cui polverizzazione sancisce (almeno  si spera) l’addio alla scena pubblica del Parolaio Rosso, l’unico  dirigente della storia comunista a far cadere un governo di centrosinistra,  logorarne dissennatamente dall’interno un altro e infine portare la  propria forza, sulla carta vicina al 10%, dalle parti del 3%. Applausi.<br />
</font></p>
<p align="justify"><font size="3" face="Times New Roman">Qualcuno dirà,  numeri alla mano, che la vittoria di Berlusconi è condizionata dalla  strepitosa affermazione di Bossi, e che ciò indebolirà un futuro governo.  Ma è falso. Fra Bossi e Berlusconi non vi è dualismo, né sovrapposizione.  Lo dimostra quotidianamente Giulio Tremonti, garante del Patto del Nord  nonché imminente ministro dell’Economia. Bossi non è il proverbiale  elefante in cristalleria: è il berlusconismo regionalizzato, in versione  linguisticamente hard. Raccoglie uno zoccolo duro &#8220;fidelizzato&#8221;, avverso al connubio con il &#8220;partito romano” di AN. Ma non è altro da Berlusconi. È  una sua organica ramificazione territoriale. </font></p>
<p align="justify"><font size="3" face="Times New Roman">È stato Silvio  Berlusconi, quindi, a vincere. Ha vinto perché ha riunito attorno a  sé, una volta di più e mai come in passato, una robusta fetta di Paese,  silenziosa e massiccia, che presumibilmente mai e poi mai voterà a  sinistra, e che della sinistra light in salsa veltroniana ha preferito non fidarsi. Ha vinto perché ha incarnato non una certa idea dell&#8217;Italia,  ma l’Italia stessa e le sue pulsioni maggioritarie. Un Paese che si  mostra propenso – sia detto senza alcuna polemica o spirito partigiano  – ad una sorta di «dittatura dolce», nelle forme di delega in bianco  ed atto di fede nei confronti di un leader carismatico in grado di risolvere  i mille problemi che la affliggono. Un’Italia poco procedurale, poco  “formale”, sottilmente angosciata, in ansia per il proprio futuro  ed in cerca di risposte chiare. Che anela l’uomo buono, il magnanimo  Salomone – magari con l’incedere serioso e vagamente infiacchito del settantenne Silvio  – in grado di riunirla a coorte. </font></p>
<p align="justify"><font size="3" face="Times New Roman">Sia chiaro:  leader carismatico non significa duce, né berlusconismo significa fascismo.  Chi lo pensa è un idiota. Populismo, bonapartismo, autoritarismo sono,  del resto, etichette insufficienti a gettare luce sulla complessa matassa  di ragioni per le quali un miliardario in età di pensione è chiamato  a guidare una potenza industriale mondiale per la terza volta. In Italia,  senza dubbio, si preferisce affidarsi agli uomini più che alle istituzioni.  C’è chi pensa, e chi scrive è fra costoro, che ciò non sia sintomo  di buona salute per la nostra liberaldemocrazia. Ma il fenomeno Berlusconi,  oramai, non è davvero più circoscrivibile a patologia o a parentesi. Il radar  di Arcore è ancora l’unico in grado di captare malesseri e bisogni profondi di una  parte della Penisola. E a sapersene servire per vincere. <em>Novus ab  integro nascitur ordo</em>. </font></p>
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		<title>Nel tempo de li dei falsi e bugiardi</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Apr 2008 16:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>

		<category><![CDATA[fainotizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Come da copione, una campagna elettorale raffazzonata e soporifera, imbastita in tutta fretta dopo la caduta del governo Prodi, si sta trascinando verso un epilogo anonimo. Nemmeno le rutilanti offerte last minute, dalla moltiplicazione dei pani e dei campus agli squinternati bonus bebè per riempire le culle della nazione, sembrano smuovere la granitica indifferenza dell’elettore idealtipico: che a votare ci andrà, probabilmente, ma più con la rassegnazione dell’Ecclesiaste (nihil sub sole novi) che con l’ardore del civis romanus.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><a href="http://electioncentral.netsons.org/archives/030/32/" rel="attachment wp-att-32" title="12073.jpg" ><img src="http://electioncentral.netsons.org/wp-content/uploads/12073.jpg" alt="12073.jpg" align="left" /></a>Come da copione, una campagna elettorale raffazzonata e soporifera, imbastita in tutta fretta dopo la caduta del governo Prodi, si sta trascinando verso un epilogo anonimo. Nemmeno le rutilanti offerte last minute, dalla moltiplicazione dei pani e dei campus agli squinternati bonus bebè per riempire le culle della nazione, sembrano smuovere la granitica indifferenza dell’elettore idealtipico: che a votare ci andrà, probabilmente, ma più con la rassegnazione dell’Ecclesiaste (nihil sub sole novi) che con l’ardore del civis romanus.</p>
<p>Nel frattempo, alle pendici del teatrino, gli psicodrammi all’italiana si moltiplicano. Un Paese incattivito e imbolsito, che il ciclo economico sfavorevole e le riforme mancate stanno spingendo verso la crescita zero, sembra avvitarsi su se stesso, con la leggiadria di un walzer ballato sul ponte del Titanic. «Non compreremo a ogni costo», aveva chiarito da tempo Spinetta, ma i sindacati non gli hanno dato ascolto. Forse perché in Italia nessuno, o quasi nessuno, fa realmente ciò che dice, mentre in Europa funziona all’opposto. Così i benemeriti garanti del diritto al lavoro impiccano i propri iscritti alla corda (anzi, alla cordata) generosamente offerta da Silvio Berlusconi, il miliardario neopragmatico che ha smesso di recitare ritornelli liberisti per dar fiato alle trombe (e che trombe) del colbertista Tremonti. Dagli all’Europa, dagli allo straniero. In assenza di volitivi italiani disposti a investire, una strada patriottica in effetti ci sarebbe: perché non pagare i dipendenti in lire?</p>
<p>La strada italiana al traffico aereo, del resto, piaceva tanto anche a Bertinotti Fausto, l’intramontabile teorico del socialismo del XXI secolo, che politicamente sta a sinistra ma da una vita fiancheggia protezionismi e corporazioni. Lui se ne frega della ricchezza creata, gli basta ridistribuirla. Tanto che, a fine anni ’90, il suo<em> house organ</em> «Liberazione» prendeva le parti dei tassisti contro il ferocissimo governo D’Alema. Fausto e kompagni hanno ingoiato il decreto Bersani ma oggi gongolano nei panni di forza antisistema. Si battono per l’energia alternativa (quella usata da Pecoraro per scarrozzare gratis amici compiacenti, stando alla Procura di Potenza?), i diritti sociali, la lotta di classe. Hanno anche trovato una soluzione geniale al problema casa: l’occupazione abusiva. Difendono i posti di lavoro (compito che spetterebbe, in una democrazia liberale, ai sindacati, non ai partiti) e gridano al complotto per i bassi salari. Forse il Presidente uscente della Camera non si è accorto che siamo uno dei pochi paesi occidentali in cui la produttività decresce al decrescere dell’orario di lavoro, il capitale umano rimane ad oggi poco qualificato, l’innovazione è scarsa e la mobilità sociale inesistente. Probabilmente gli è sfuggito che il cuneo fiscale è così elevato soprattutto in virtù dell’oneroso sistema previdenziale, a tutto vantaggio di chi (a 58 anni, non a 90) fuoriesce dal mercato del lavoro. O, ancora, non vede che la bassa crescita è in larga parte dovuta all’atavica esclusione dai processi produttivi del mondo femminile (ne parla Maurizio Ferrera nel suo saggio <em>Fattore D</em>: libro bellissimo, naturalmente ignorato), lo stesso così poco rappresentato nelle liste della Sinistra Arcobaleno. A quanto pare, il pomodoro abortista e libertario tirato addosso a Giuliano Ferrara è la più sofisticata forma di femminismo cui attualmente è dato aspirare.</p>
<p>Nella delirio generale, il PD, recentemente distintosi per aver imbarcato il dilibertiano Bianchi (un distinto e canuto signore che descrive un’Alitalia dai fondi illimitati e le traversie della vita hanno reso Ministro dei Trasporti), vaticina l’annientamento di tutte le mafie nella persona dell’etereo Veltroni ed auspica un lavoro più giusto. Quale? Forse quello garantito dalla legge 188/2007, parzialmente emendata da un contorto decreto attuativo datato 21 gennaio, che trasforma le dimissioni in un’assurda gincana?</p>
<p>Frattanto, per gradire, una botta di ottimismo ci viene da «The Economist», secondo cui nel 2015 il nostro tasso di crescita sarà il più basso dell’Europa a 27, mentre dobbiamo rivolgerci all’Heritage Foundation, curatrice dell’<em>Index of Economic Freedom 2008</em>, per apprendere che la nostra economia è strangolata dalla corruzione, assai più di ogni altro paese dell’area Euro 15. Più che alla flessibilità del mercato del lavoro o all’intervento pubblico (che pure resta piuttosto elevato), è alla trasparenza amministrativa e alla riduzione della durata dei processi che dovremmo mirare.</p>
<p>Ma evidentemente abbiamo altro a cui pensare: la campagna elettorale impera, con tanto di ballerine e falsi profeti al seguito. Fra mazzette (le conversazioni intercettate fra professori corrotti e studentesse all’Università di Bari in tema di «scoprirsi» sembrano uscite da un film di Pierino) e munnezza, prendiamo atto con gioia della ricomparsa di Gesù Cristo fra i socialisti (del resto solo Lui potrebbe portarli a Montecitorio) e dello scudo di Pizza. Ormai mancano solo i fichi.</p>
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		<title>Leone d&#8217;inverno</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 16:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Articoli]]></category>

		<category><![CDATA[fainotizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche i tramonti possiedono una loro rispettabile solennità, per chi li sa apprezzare. Purché, beninteso, il crepuscolo non si prolunghi oltre il lecito, e chi vive il proprio eviti di umiliarsi – al pari di Faust nel dramma di Marlowe – tentando di procrastinare il compiersi della sorte.

Va riconosciuta a Romano Prodi una sobrietà non comune nell’uscire di scena. Da uomo pubblico consumato, avvezzo a calcare palcoscenici internazionali, ha compreso quale fosse il momento opportuno per porre fine al proprio percorso politico. Senza proclami, senza diktat, senza interviste fiume. Vi è qualcosa di profondamente cristiano nel non far coincidere vita biologica e vita attiva, tempo dell’esistenza e mondanità. Prodi forse se n’è ricordato. Gli è mancata la superbia di reputarsi indispensabile, nonché l’attaccamento al “potere per il potere” che spesso accompagna la senescenza. Quasi a rimarcare il primato della «cittadinanza del cielo» rispetto agli affanni umani, a dispetto di un rivale storico – sempre più prigioniero del proprio giovanilismo esteriore – candidato alla guida del Paese per la quinta volta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><img src="http://electioncentral.netsons.org/wp-content/uploads/prodi.jpg" alt="prodi.jpg" align="left" border="0" hspace="10" vspace="10" /> Anche i tramonti possiedono una loro rispettabile solennità, per chi li sa apprezzare. Purché, beninteso, il crepuscolo non si prolunghi oltre il lecito, e chi vive il proprio eviti di umiliarsi – al pari di Faust nel dramma di Marlowe – tentando di procrastinare il compiersi della sorte.</p>
<p>Va riconosciuta a Romano Prodi una sobrietà non comune nell’uscire di scena. Da uomo pubblico consumato, avvezzo a calcare palcoscenici internazionali, ha compreso quale fosse il momento opportuno per porre fine al proprio percorso politico. Senza proclami, senza diktat, senza interviste fiume. Vi è qualcosa di profondamente cristiano nel non far coincidere vita biologica e vita attiva, tempo dell’esistenza e mondanità. Prodi forse se n’è ricordato. Gli è mancata la superbia di reputarsi indispensabile, nonché l’attaccamento al “potere per il potere” che spesso accompagna la senescenza. Quasi a rimarcare il primato della «cittadinanza del cielo» rispetto agli affanni umani, a dispetto di un rivale storico – sempre più prigioniero del proprio giovanilismo esteriore – candidato alla guida del Paese per la quinta volta.</p>
<p>Romano Prodi lascia da sconfitto, non da perdente. Paga colpe sue, ma non solo sue. Affronta le forche caudine del sondaggismo (ultima frontiera della non-politica contemporanea) che ne certificano l’impopolarità assoluta, quasi un Jimmy Carter nostrano. È stato poco scenografico e dinamico in un’età superficiale e flessibile. C’è molto di lui nella sua esasperante lentezza emiliana e nella sua parlata pastosa. Merci che – non diversamente dal costituzionalismo inglese di burkeana memoria – si sono dimostrate poco esportabili.</p>
<p>Al pari dei grandi retori o dei personaggi illustri, Prodi ha scritto un’orazione (inconsapevolmente funebre) <em>pro domo sua</em>. L’ha pronunziata, in un’aula grigia e infreddolita, nel dicembre scorso, all’apertura delle attività dell’associazione il Mulino. In quella relazione, intitolata <em>Per l’Europa</em> – quasi un epitaffio – e distribuita in un formato ciclostile che più spartano non si potrebbe, agli antipodi dagli opuscoli patinati dell’universo Publitalia, sono riassunti i cardini della sua <em>weltanschauung</em>: l’ossessione per la riconciliazione, il miraggio del ricongiungimento degli opposti, la combinazione di idealismo e pragmatismo, l’arte della mediazione, la passione per i tempi lunghi. In un <em>souvenir </em>del 2001 quasi un presagio d’insuccesso, testimonianza della propria, ben conscia inattualità: «Nell’era della politica spettacolo, solo gli avvenimenti improvvisi e imprevisti hanno qualche spazio. Le cose costruite con pazienza, pietra su pietra diventano forzatamente banali».</p>
<p>Fra Bruxelles, Bologna e Roma si sono consumati i fasti di questo economista prestato alla politica, un Cincinnato della Bassa «due volte nella polvere / due volte sull’altar» all’interno dei patri confini, teorico del capitalismo ben temperato (titolo di un suo saggio del 1995) e dell’integrazione sopranazionale. Il dosettiano capace di divenire Presidente della Commissione Europea e di promuovere l’allargamento a 27, sfidando lo scetticismo franco-tedesco verso il Belpaese e la sua classe dirigente, ma non di sfuggire alla doppietta del Viceré di Ceppaloni, quel Clemente Mastella guardasigilli dimissionario che lo impallinò al Senato, corredando la dichiarazione di voto con una poesia taroccata di Neruda scaricata di Internet, ed oggi lo rimpiange «non una, ma dieci volte».</p>
<p>Viene da pensare allora che le ragioni del fallimento dell’Unione non vadano individuate tanto o solo nel Professore, quanto nelle bizzarrie dell’arzigogolata Italia che lo circonda. Un Paese dalle patologie troppo numerose ed estese per dar vita ad una piattaforma politica organica in grado di riformarlo, a sinistra non meno che a destra. La strategia di Prodi – basata sull’asse privilegiato con le frange massimaliste più sgangherate e grottesche dell’emisfero occidentale – si è arenata presto. Ma non è detto che quelle di PD e PDL si rivelino vincenti.</p>
<p>Nei giorni dell’addio, il saluto più elegante e caloroso gli è venuto, una volta ancora, da oltralpe, sulle colonne del quotidiano conservatore <em>Le Figaro</em>: «Leader di una maggioranza senza avere un partito, capo di un governo senza battaglioni con cui sostenerlo, fondatore e quindi presidente di una forza sulla quale non ha alcun potere di condizionamento, ha giocato un ingrato ruolo chiarificatore nella sinistra italiana. Ha unito senza poter minacciare, innovato senza poter imporre, riunificato senza giungere a consolidare una dinamica unitaria. E ciò malgrado è riuscito a stringere un’alleanza fra cattolici di sinistra e laici marxisti».</p>
<p>Vi è l’essenza del contraddittorio avventurismo italico in queste poche righe. E l’eredità della sinfonia incompiuta di un democristiano testardo che qualcuno potrebbe, presto o tardi, rimpiangere.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Laissez-faire, moi non plus</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Mar 2008 20:06:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Articoli]]></category>

		<category><![CDATA[fainotizia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://electioncentral.netsons.org/archives/020</guid>
		<description><![CDATA[Vi è un che di significativo, ma non di sorprendente, nel mutamento di linea economica annunziato nei giorni scorsi da Luigi Casero, esponente di Forza Italia. Il passaggio del neonato Popolo della Libertà dalla filosofia market-friendly di Margareth Thatcher al «colbertismo dolce», teorizzato da Giulio Tremonti, non può essere classificato come boutade elettorale. È, semmai, la presa d’atto della sostanziale estraneità di larga parte del centrodestra italiano alla cultura di mercato e d’impresa, dei cui slogan si era ammantato dal 1994 ad oggi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://electioncentral.netsons.org/wp-content/uploads/tremonti_v01.thumbnail.jpg" alt="tremonti_v01.jpg" align="left" border="0" />Vi è un che di significativo, ma non di sorprendente, nel mutamento di linea economica annunziato nei giorni scorsi da Luigi Casero, esponente di Forza Italia. Il passaggio del neonato Popolo della Libertà dalla filosofia market-friendly di Margareth Thatcher al «colbertismo dolce» teorizzato da Giulio Tremonti non può essere classificato come boutade elettorale. È, semmai, la presa d’atto della sostanziale estraneità di larga parte del centrodestra italiano alla cultura di mercato e d’impresa, dei cui slogan si era ammantato dal 1994 ad oggi.</p>
<p>L’assioma secondo cui il movimento politico fondato da Silvio Berlusconi avrebbe un’anima «liberista», fatto proprio da numerosi commentatori ed intellettuali, ha origine da un equivoco sociologico prima ancora che politico. Nell’ultimo quindicennio, infatti, la Casa della Libertà ha costruito il proprio zoccolo duro di consensi all’interno di fasce sociali poco avvezze a tollerare un’espansione dello Stato a loro danno. Di qui l’insistenza sull’abbassamento delle aliquote, vero tormentone del Cavaliere e biglietto da visita con cui instaurare un asse privilegiato con quei ceti (dalla piccola imprenditoria ai liberi professionisti, dai risparmiatori al mondo dell’artigianato) che più avevano da perdere da una espansione della burocrazia e del settore pubblico.</p>
<p>È significativo, nondimeno, che le istanze di diminuzione della pressione fiscale, di per sé traducibili in una progetto politico liberale o liberalconservatore, non si siano rivelate funzionali alla costruzione di un messaggio dichiaratamente liberista. Mai, o quasi mai, il centrodestra ha insistito sulla necessità di ridurre drasticamente il deficit (che anzi è cresciuto in misura tale, fra 2003 e 2004, da giustificare l’apertura da parte di Bruxelles di una procedura per infrazione) o di arginare la spesa pubblica (nel 2005 ha toccato lo zenit dal 1993 ad oggi). Al contrario, si è presentato come conglomerato di forze fortemente caratterizzate sotto il profilo identitario. Da un lato, ha esaltato la rivendicazione di «eccezionalismo» del modello Nordest, identificato con la fetta d’Italia dinamica e produttiva, sfruttata dalla restante parte tramite un intollerabile centralismo assistenziale. Dall’altro, ha sposato il tentativo, patrocinato da Marcello Pera, di accreditarsi come forza teocon, vicina alla politica estera statunitense e custode dei valori cristiani.</p>
<p>Attualmente il tremontismo appare la riposta più ovvia e immediata alle sfide della globalizzazione. La prassi dirigista, attenta a non intaccare rendite di posizione ed a salvaguardare rapporti di non belligeranza con le associazioni di categoria, perseguita nel passato quinquennio di governo assume un’inedita rispettabilità intellettuale, così da renderla spendibile nell’arena politica. Quegli stessi settori che, sul piano interno, hanno applaudito ad un incremento della flessibilità contrattuale nei rapporti di lavoro e si sono strenuamente opposti alla revisione degli studi di settore proposta da Vincenzo Visco richiedono oggi, nelle dinamiche internazionali, sostegni e protezione davanti allo strapotere nell’export di India e Cina. Uno sviluppo come quello del Lombardo-Veneto, che storicamente ha conosciuto i propri punti di forza nel basso costo del lavoro e nel livello scarsamente qualificato dei suoi manager, è infatti esposto più di altro ai «rischi fatali» di cui l’ex ministro ha scritto nel suo penultimo saggio.</p>
<p>C’è di che gioire per la franchezza con cui il PdL ha gettato la maschera. Dopotutto non è un caso che la maggioranza di governo che scelse di non ricandidare Mario Monti alla Commissione Europea sia la più lesta nel rinnegarne i principi. Fra il capitalismo (concepito come insieme di norme trasparenti volte a disciplinare l’esercizio della libertà d’impresa) e capitalisti, ha scelto di difendere questi ultimi. Parafrasando il monito di un cardinale, meglio essere liberisti senza dirlo anziché definirsi tali senza esserlo.</p>
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		<title>L’interventismo che produce ignoranti</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Mar 2008 17:39:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Nel mio ultimo intervento («Se il PD ha paura del liberismo», 27 febbraio) mi sono occupato del difficile rapporto fra cattolicesimo democratico e libertà economica. La sorte ha voluto che in quei giorni il ministro Fioroni firmasse un decreto in grado di esemplificare perfettamente l’idea di eguaglianza che tanti (troppi) cattolici sottoscrivono. E che induce a riflettere su quali ricadute una simile concezione possa avere sulla società italiana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><img src="http://electioncentral.netsons.org/wp-content/uploads/fioroni01g.jpg" alt="fioroni01g.jpg" align="left" border="1" hspace="20" vspace="20" />Nel mio ultimo intervento («Se il PD ha paura del liberismo», 27 febbraio) mi sono occupato del difficile rapporto fra cattolicesimo democratico e libertà economica. La sorte ha voluto che in quei giorni il ministro Fioroni firmasse un decreto in grado di esemplificare perfettamente l’idea di eguaglianza che tanti (troppi) cattolici sottoscrivono. E che induce a riflettere su quali ricadute una simile concezione possa avere sulla società italiana.</p>
<p align="right">&nbsp;</p>
<p align="right">Per la prima volta, infatti, il Ministero della Pubblica Istruzione ha fissato in via autoritativa un tetto massimo di spesa in libri di testo alle superiori. Una corposa tabella, elargita dai funzionari del dicastero, ha provveduto a documentare gli standard di esborso, accuratamente ripartiti sulla base della tipologia di scuola e dell’anno frequentato. Apprendiamo così che in avvio di ginnasio non è dato far spendere ad una famiglia più di 320 euro per studente, cifra che precipita a 181 al secondo anno, per impennarsi a 370 con l’ingresso al liceo, scivolando quindi a 305 e risalendo a 315 nell’ultima fase del triennio. Le montagne russe del classico sono pressoché speculari a quelle dello scientifico (si passa da 305 a 210, per crescere poi gradualmente fino a 310, ripiombare a 280 e ristabilirsi a quota 300) o dell’artistico (qui il saliscendi è annuale: 260-170-250-190-200). In poche parole, i tecnici dell’ufficio ministeriale si sono premurati di modulare i “piani tariffari” ponderando le stime. Ne è scaturito un delizioso quadretto di cifre, in tutto simile a quelli esposti nelle camere d’albergo o sui taxi. Un vero vademecum per gli istituti parsimoniosi.</p>
<p>Il capolavoro burocratico – osannato, per ovvi motivi, dal vigilantissimo Movimento dei Genitori, nonché avversato, per ragioni altrettanto scontate, dagli editori di settore – è presentato da Fioroni come un’eccelsa conquista. Stando al quotidiano «La Repubblica» (25 febbraio), così ha commentato: «Non credo che ne risentirà la libertà di insegnamento: ne risentirà in modo positivo la libertà ed il diritto di ricevere un’istruzione che, è bene ricordarlo, non può diventare un lusso per pochi». A fargli eco sono i suoi collaboratori, secondo i quali, ad oggi, il 40% degli istituti superiori «ha superato il tetto massimo» (verrebbe da chiedersi che senso logico e giuridico abbia parlare di sforamento in assenza di un limite precedentemente stabilito: evidentemente, nella pubblica amministrazione, permane l’antico vizio di considerar prassi la retroattività della norma).</p>
<p>La virata interventista stupisce, giacché proviene da un uomo politico segnalatosi in passato per buonsenso e rigore (ne ha scritto Daniele Checchi su «lavoce.info»). Ma, proprio per questo, è lecito chiedersi se essa sia qualcosa di più – e di peggio – di un momentaneo cedimento alla demagogia. Dal decreto Fioroni, infatti, emerge chiaramente l’idea secondo cui l’istruzione sia un gravame da alleviare, anziché un investimento da promuovere. L’assalto dirigista da parte del ministero colpisce lo strumento più potente nella diffusione di buona cultura fra i banchi, quello dei manuali. Naturalmente il provvedimento trae origine dalle migliori intenzioni: garantire equità nell’accesso alla formazione. Eppure, a conti fatti, tale promozione dell’eguaglianza è pagata al carissimo prezzo di una diminuzione delle opportunità (il tetto comporterà un minor acquisto di libri, e quindi minori occasioni di lettura). Non può che destare perplessità, inoltre, il metodo costruttivista, centralista e uniformate con cui la decisione è stata presa. Eventuali casi di abuso e di acquisti ingiustificati avrebbero potuto essere sanati a livello di singole scuole, se non di singole classi, grazie ad un confronto fra educatori e famiglie. Ma ciò che più di tutto indigna è che la misura “egualitaria” sancisca per legge la più palese delle discriminazioni: ai classicisti sarà dato di spendere nel quinquennio 1490 € contro i 913 € degli studenti di un tecnico-commerciale. Quasi 600 euro di scarto a consolidare il più atavico – e idiota – dei pregiudizi italici, secondo cui la formazione professionale spetterebbe ai «poveri cristi», da tutelare paternalisticamente con una politica di costi bassi, mentre il liceo sarebbe riservato alle élite (economiche, innanzitutto).</p>
<p>Non è di questa mentalità che la scuola italiana ha bisogno. Al contrario, andrebbe riaffermato con vigore il principio (apparentemente caro alla sinistra “movimentista”) secondo cui la formazione non è un bene di consumo. Essa non esaurisce i propri benefici al conseguimento del proverbiale diploma, ed è soprattuto la più efficace leva di ascesa sociale e di superamento dei gap di partenza. Proprio per questo occorrerebbe spendere di più, non di meno: in primis da parte delle famiglie.</p>
<p>A quali frutti conduca il democraticismo compassionevole è testimoniato, del resto, dal sistema universitario. Le tasse d’iscrizione – lo ha recentemente ricordato Franco Bruni su «La Stampa» – restano bassissime rispetto agli standard europei e quasi sempre regressive. Un loro incremento potrebbe permettere la creazione di nuove borse di studio, il cui numero è fra i più bassi al mondo, a vantaggio dei privi di mezzi. Ma contro tale strategia si sono sempre battute le associazioni studentesche, per ragioni affini a quelle di Fioroni. In tal modo la ricerca dell’eguaglianza degenera in egualitarismo e finisce col cristallizzare le gabbie sociali che, al contrario, dovrebbe infrangere.</p>
<p>I calmieri di Diocleziano minarono la stabilità finanziaria dell’Impero Romano. C’è da sperare che i giri di vite psuedoassistenziali non distruggano quel po’ di scuola pubblica di qualità che ci resta.</p>
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		<title>Se il PD ha paura del liberismo</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Feb 2008 22:10:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Che numerosi cattolici abbiano mugugnato per l’ingresso di nove radicali nelle liste del Partito Democratico è un fatto. Che i radicali, sui temi eticamente sensibili, abbiano in passato assunto posizioni sgradite alle gerarchie ecclesiastiche è un altro fatto. Ma siamo davvero sicuri che il malessere espresso, ad esempio, dall’ultras Paola Binetti e dalla liberal Rosy Bindi per l’apertura ai pannelliani nasca da qui?  È davvero incontestabile che il nervosismo lasciato trapelare da «Famiglia Cristiana» tragga origine da antiche ruggini in merito al referendum sulla legge 40? Discutiamone. Giacché, a ben guardare, un altro punto di frizione ci sarebbe, e non piccolo. Una cosuccia da nulla chiamata libertà economica (che è anche libertà dallo Stato).

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Che numerosi cattolici abbiano mugugnato per l’ingresso di nove radicali nelle liste del Partito Democratico è un fatto. Che i radicali, sui temi eticamente sensibili, abbiano in passato assunto posizioni sgradite alle gerarchie ecclesiastiche è un altro fatto. Ma siamo davvero sicuri che il malessere espresso, ad esempio, dall’ultras Paola Binetti e dalla liberal Rosy Bindi per l’apertura ai pannelliani nasca da qui?  È davvero incontestabile che il nervosismo lasciato trapelare da «Famiglia Cristiana» tragga origine da antiche ruggini in merito al referendum sulla legge 40? Discutiamone. Giacché, a ben guardare, un altro punto di frizione ci sarebbe, e non piccolo. Una cosuccia da nulla chiamata libertà economica (che è anche libertà dallo Stato).</p>
<p>Il 18 aprile 2006 sul «Corriere della Sera» apparve un intervento del senatore piemontese teodem Luigi Bobba in merito ad un possibile coinvolgimento della Rosa nel Pugno nella nascita del PD. Il verdetto di Bobba, inappellabile, era sancito già dal titolo: «Entrano i radicali? Io resto fuori». Con puntiglio, l’allora parlamentare della Margherita enucleava tre aree precise sulle quali la nuova formazione avrebbe dovuto distinguersi dall’area liberalsocialista. Assieme al rifiuto del laicismo e all’europeismo, si evidenziava un distinguo economico: «Il Partito democratico, poi, dovrà avere un chiaro impianto riformatore equilibrando il valore della libertà con quello dell&#8217;equità. Anche qui l&#8217;approccio ai principali problemi nuovi della società - della conoscenza dal lavoro flessibile all&#8217;invecchiamento della popolazione - segna una netta distanza dall&#8217;impostazione liberista sottostante alla cultura e al programma dei radicali». Che significavano le affermazioni di Bobba? Semplice: che il centrosinistra avrebbe dovuto impegnarsi sui fronti del precariato e dell’abbassamento dell’età pensionabile. Già, ma come? Con che strumenti?</p>
<p>Nelle proposte radicali – modulate, è bene ricordarlo, sulla cosiddetta «Agenda Giavazzi», una strategia riformatrice in più punti elaborata dall’economista bocconiano –  si suggeriva di modificare la legge 30 inserendo ammortizzatori sociali e di lasciare intatto lo scalone Maroni. Due misure ispirate, da un lato, da una visione del welfare tipicamente laburista e blairiana (va difeso il lavoratore, non  il suo posto) e, dall’altro, da un genuino pragmatismo (le statistiche descrivono, nel 2050, un’Italia drammaticamente invecchiata, gravata da un sistema previdenziale assai oneroso finanziato in massima parte da immigrati e da figli di immigrati: di ciò, però, le anime belle del massimalismo non si curano).</p>
<p>Quale linea abbia prevalso è sotto gli occhi di tutti: l’Unione fra 2006 e 2008 si è limitata ad applicare ai lavoratori precari forme di tutela già presenti nella Legge 30 ed ha preferito concentrare i propri sforzi, sotto la spinta dell’ala sinistra della coalizione, in un’assurda riforma pensionistica, di cui beneficeranno meno di 130.000 persone – in massima parte impiegati pubblici – a fronte di un esborso per l’erario di circa 10 miliardi di euro in 10 anni. Viva il riformismo.</p>
<p>Il piglio liberista dell’azione politica radicale irrita, del resto, i cattolici «sociali» e “solidaristi” non meno che i teodem. Gran parte del programma di Rosy Bindi alle scorse primarie democratiche rispecchiava una sensibilità interventista e pro-public policy piuttosto lontana dalle Veltronomics: si parlava di «promozione dell’universalità dei servizi pubblici» per scongiurare «il miraggio di una risposta individualistica alla gestione dei rischi», o di un ripensamento della spesa pubblica che compensasse «la scarsissima attenzione alle funzioni dell’assistenza sociale». La stessa Bindi, tempo addietro, aveva auspicato una rinnovata alleanza con la Sinistra Arcobaleno.</p>
<p>I radicali, ovviamente, sono incompatibili con questo schema. Come sempre, in politica, differenti approcci ideologici rispecchiano anche differenti interessi materiali. Il partito che fu di Ernesto Rossi può permettersi di avere «mani libere», dal momento che è forse l’unica forza, nel panorama italiano, a non servirsi della spesa pubblica per acquisire consenso, e non trae quindi alcun beneficio dall’espansione del debito o del deficit. Il loro 2-3% testimonia un radicamento limitato alle élite, speculare a quello del Partito d’Azione (detestato all’epoca, non a caso, dai cattolici non meno che dai comunisti) nel secondo dopoguerra.</p>
<p>Chissà che la presenza fra i democratici di questi «pazzi malinconici» non aiuti il nuovo centrosinistra a compensare gli impulsi statalisti di parte dei propri dirigenti.</p>
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		<title>Un tram che si chiama falansterio</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Feb 2008 17:24:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La cosa migliore che si può trovare in mezzo ad una strada è un coniglio morto, recita un proverbio
texano. Come a dire: le uniche vere scelte, le sole prese di posizione meritorie sono quelle in grado
di sancire nette distinzioni. Chissà se i leader della sinistra arcobaleno hanno optato per un metodo
analogo, al momento di delineare la loro condotta in vista del 13 e 14 aprile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La cosa migliore che si può trovare in mezzo ad una strada è un coniglio morto, recita un proverbio<br />
texano. Come a dire: le uniche vere scelte, le sole prese di posizione meritorie sono quelle in grado<br />
di sancire nette distinzioni. Chissà se i leader della sinistra arcobaleno hanno optato per un metodo<br />
analogo, al momento di delineare la loro condotta in vista del 13 e 14 aprile.<br />
Certamente hanno patito il colpo – e che colpo – inferto dalla risolutezza con cui Walter Veltroni si<br />
è smarcato dal Governo uscente. Non solo, e non tanto, sul piano dei contenuti programmatici,<br />
quanto nel perentorio rifiuto del ricompattamento a sinistra, che della tattica prodiana è sempre stato<br />
il cavallo di battaglia. In questo Fausto Bertinotti e soci hanno mostrato una lucidità non superiore a<br />
quella di Casini, la cui rottura con Berlusconi è stata subita assai più che ricercata. Probabilmente<br />
hanno sopravvalutato le capacità dell’entourage del Professore di frenare la svolta. O forse hanno<br />
supposto che l’imminenza delle elezioni inducesse l’ex sindaco di Roma a rinsaldare i ranghi, ga-<br />
rantendosi un bottino certo di consensi, anziché avventurarsi in una caccia ai voti ambiziosa e quasi<br />
disperata nelle «terre di mezzo». Così non è stato, e la Cosa Rossa sembra oggi pagare un tributo<br />
alla propria miopia.<br />
Il principale fallimento dell’ala massimalista non riguarda comunque le mancate alleanze – che<br />
semmai sono una conseguenza –, bensì l’incapacità di dar vita ad un gruppo dirigente in grado di<br />
coniugare radicalità negli obiettivi e serietà nell’azione di governo. Il fatto (certo non trascurabile)<br />
che la caduta dell’esecutivo sia imputabile a defezioni “moderate” non può esimere da una valuta-<br />
zione globale sulle debolezze caratterizzanti quella maggioranza: a cominciare dall’estemporaneità<br />
nelle esternazioni di alcuni titolari di dicastero, per mesi inabili a contenere la propria loquela. Né<br />
Pecoraro Scanio, né Bianchi, né tantomeno Ferrero – la cui gratuita quanto inutile dissociazione da<br />
D’Alema in merito all’indipendenza kosovara è un degno suggello all’esperienza ministeriale –<br />
hanno saputo scindere appartenenza ai relativi partiti e partecipazione al gabinetto. Al contrario, si<br />
sono sovente cimentati nella poco commendevole arte del distinguo, dell’astensione, della lagnanza,<br />
scaricando su Prodi le tensioni derivanti da irrisolte controversie con le loro esigenti basi.<br />
Per circa un anno, dall’estate 2006 a quella 2007 – allorché presero a manifestarsi i primi concreti<br />
smottamenti al centro – le cronache narrano di un continuo pressing sull’esecutivo nel tentativo di<br />
forzare il programma sottoscritto. Dalla richiesta di «discontinuità» in Afghanistan al tormentone<br />
contro la legge 30, dalle strizzate d’occhio ai no-Tav al disastroso tentativo di osteggiare il protocol-<br />
lo Welfare cavalcando le tesi della FIOM, l’esperienza del radicalismo al potere si riduce ad una<br />
poderosa serie di fallimenti. L’oltranzismo verbale dei leader è stato accompagnato da una sostan-<br />
ziale inconcludenza pratica. Lo certificano i dati economici resi noti da UE e Banca d’Italia nelle<br />
ultime settimane, che fotografano un Paese non solo fragile sotto il profilo della crescita, ma dalle<br />
disuguaglianze sociali crescenti, salari bloccati e produttività in calo. Le performance migliori del<br />
governo uscente riguardano l’abbassamento della «tassa occulta» – l’enorme debito pubblico –, os-<br />
sia la linea rigorista in politica economica, patrocinata da Padoa Schioppa, che con massimo zelo i<br />
neocomunisti hanno tentato di sabotare. Eppure non paiono levarsi autocritiche significative. Anzi,<br />
le responsabilità andrebbero addebitate <em>naturaliter</em> al PD “confindustriale” e “neodemocristiano”.<br />
Che cosa <em>non</em> sia la sinistra radicale è quindi ormai chiaro. Non è una forza interessata a farsi carico<br />
della guida del Paese, bilanciando salvaguardia dei diritti e redistribuzione con doverose politiche di<br />
risanamento e sviluppo. Si tratta di capire quale identità assumerà allora questa “macchina da guer-<br />
ra”, e quale assetto. Opposizione è il termine ricorrente, evocato sovente da «Liberazione». Ma può<br />
essere questa la formula magica? Se, per citare la paradigmatica definizione di Anthony Downs, un<br />
partito è «una compagnie di persone che cercano di ottenere il controllo dell’apparato governativo a<br />
seguito di elezioni», è davvero possibile che la Sinistra Arcobaleno, per alcuni vicina al 10%, con-<br />
cepisca se stessa come semplice forza antisistema?</p>
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		<title>Il ruggito del Centro</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2008 01:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[fainotizia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il rifiuto di Pierferdinando Casini a confluire nel Popolo della Libertà si presta a molteplici interpretazioni. C’è chi, come Angelo Panebianco, vi vede un tentativo di riaffermare l’autonomia di un’area e di una tradizione – quella centrista – compressa dalla dinamica bipolare degli ultimi quindici anni. Altri, come Renzo Foa, vi scorgono la volontà di preservare il ruolo dei singoli partiti, sottraendosi alla corsa per occupare spazi in coalizioni mascherate. Sono ipotesi plausibili e probabilmente corrette. Ma viene da chiedersi se la frattura, al di là di valutazioni di lungo periodo, non tragga origine da un’esigenza immediata e primaria: quella di sopravvivere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Il rifiuto  di Pierferdinando Casini a confluire nel Popolo della Libertà si presta  a molteplici interpretazioni. C’è chi, come Angelo Panebianco, vi  vede un tentativo di riaffermare l’autonomia di un’area e di una  tradizione – quella centrista – compressa dalla dinamica bipolare  degli ultimi quindici anni. Altri, come Renzo Foa, vi scorgono la volontà  di preservare il ruolo dei singoli partiti, sottraendosi alla corsa  per occupare spazi in coalizioni mascherate. Sono ipotesi plausibili  e probabilmente corrette. Ma viene da chiedersi se la frattura, al di  là di valutazioni di lungo periodo, non tragga origine da un’esigenza  immediata e primaria: quella di sopravvivere.</p>
<p>Dal 1994 ad  oggi, i superstiti della Balena Bianca schierati col centrodestra hanno  costruito la propria forza, elettorale e politica, nel presentarsi come  contraltare allo strapotere culturale e materiale del fenomeno Berlusconi.  Mentre Forza Italia modellava la propria immagine attorno al mito del  rinnovamento generazionale e della rivoluzione liberale permanente,  gli orfani della DC – novelli bizantini – custodivano gelosamente  le insegne di un passato glorioso, rendendo onore ad icone della Prima  Repubblica come Andreotti e Forlani. Da sempre hanno tentato di offrire  al conservatorismo italiano un volto istituzionale, più presentabile  agli occhi dell’establishment. Si sono distinti per lo stile pacato,  ministeriale, consapevolmente <em>old fashioned</em> dei loro rappresentanti.  Hanno eretto la salvaguardia dei “valori” e la difesa delle famiglie  a bussola ben prima del magistero di Papa Ratzinger. Una volta al potere,  hanno dimostrato una consumata abilità nel maneggiare le arti della  diplomazia ed i trabocchetti di palazzo. Lo testimonia l’implacabile  guerriglia di logoramento cui sottoposero, dal 2001 al 2006, il Governo  di cui facevano parte, accattivandosi gli strali di alleati e giornali  d’area («Libero» su tutti). Momento culminante di quella piccola  Vandea, capitanata dall’attuale transfuga Follini, furono le dimissioni  del Presidente del Consiglio nella primavera del 2005. Nella più ambigua  ed extraparlamentare delle crisi, i topolini bianchi costrinsero il  Re – non prima di aver proclamato la «fine della monarchia» –  a piegarsi alla logica, tutta dorotea, dell’esecutivo debole.</p>
<p>Berlusconi  aveva certamente intuito come l’unico antidoto ad una replica futura  fosse il loro assorbimento in un contenitore unitario. Un recipiente  sufficientemente esteso per liquidare lo stato maggiore UDC a minoranza,  assoggettandolo ad AN e FI. Una forza prossima al 40-45% in grado di  far prevalere l’onnipotenza della leadership carismatica a scapito  di ogni velleità correntizia. Di qui l’offerta a prendere o lasciare,  una volta sancito il canale preferenziale con la Lega Nord e facendo  presagire una investitura di Gianfranco Fini a suo successore.</p>
<p>Messi alle  strette, gli uomini di Casini hanno scelto di intraprendere una via  arrischiata.</p>
<p>Saranno infatti  le urne a sancire l’effettiva portata del ruggito del Centro. Un’eventuale,  massiccia vittoria di Berlusconi conferirebbe allo Scudo Crociato lo  status di forza superflua. Quale che sia, infatti, il loro bacino di  consensi, la formula elettorale in vigore li costringerebbe a sedere  in un Parlamento saldamente in mano agli ex alleati. Ma se viceversa  – magari in virtù dell’attribuzione del premio di maggioranza su  base regionale al Senato – il PdL ne uscisse azzoppato, o addirittura  sconfitto, il soldato Casini avrebbe ottenuto l’obiettivo più ambito:  incrinare il monopolio quindicennale di Silvio Berlusconi sul centrodestra.</p>
<p>La battaglia  dei democratici cristiani, insomma, è qualcosa di meno e qualcosa di  più di un tardivo <em>revival</em> del popolarismo italiano. Qualcosa  di meno, perché un eventuale ricompattamento dei cattolici attorno  ad un’unica bandiera appare oggi eventualità remota. Qualcosa di  più, giacché la sfida mossa al Cavaliere induce a domandarsi: sarà  questa la fine del berlusconismo?</p>
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		<item>
		<title>La follia di Re Walter</title>
		<link>http://electioncentral.netsons.org/archives/04</link>
		<comments>http://electioncentral.netsons.org/archives/04#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 16:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Milani</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[«I beni più grandi» sostiene Socrate nel Fedro (244 A) «provengono dalla follia». Rientra probabilmente nella categoria delle pazzie salutari la decisione di Walter Veltroni di correre in solitudine alle imminenti elezioni. È certamente vero, come evidenziato da più parti, che una scelta simile si sia resa obbligata alla luce dell’impopolarità del morente governo Prodi. Ed è altrettanto vero che l’Unione, diversamente dall’Ulivo del 1996, aveva fallito da tempo nell’obiettivo di forgiare un persuasivo ed omogeneo discorso pubblico, un’ideologia – nell’accezione “debole” ed avalutativa del termine – che ammantasse di credibilità mediazioni e compromessi fra istanze divergenti. Avvisaglie chiare erano giunte, insomma, di una separazione consensuale fra anima riformista ed anima radicaleggiante al termine della Legislatura.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«I beni più grandi» sostiene Socrate nel <em>Fedro</em> (244 A) «provengono dalla follia». Rientra probabilmente nella categoria delle pazzie salutari la decisione di Walter Veltroni di correre in solitudine alle imminenti elezioni. È certamente vero, come evidenziato da più parti, che una scelta simile si sia resa obbligata alla luce dell’impopolarità del morente governo Prodi. Ed è altrettanto vero che l’Unione, diversamente dall’Ulivo del 1996, aveva fallito da tempo nell’obiettivo di forgiare un persuasivo ed omogeneo discorso pubblico, un’ideologia – nell’accezione “debole” ed avalutativa del termine – che ammantasse di credibilità mediazioni e compromessi fra istanze divergenti. Avvisaglie chiare erano giunte, insomma, di una separazione consensuale fra anima riformista ed anima radicaleggiante al termine della Legislatura.</p>
<p>Ma uno sguardo, sia pure superficiale, alla storia della sinistra italiana ci mostra come ben di rado le strade battute in passato abbiano coinciso con le più ovvie. Noi si spiegherebbe altrimenti l’ostinata incapacità del PCI e – per lungo tempo – del PSI di evolvere in direzione socialdemocratica, aggrappandosi al pernicioso mito, tuttora vivo nell’immaginario dell’elettorato e di non pochi dirigenti, dell’«unità a sinistra». Né si intuirebbe la scelta della ghettizzazione volontaria perseguita da Berlinguer, che ancora nel 1979 – al XV congresso di un partito reduce dall’ingresso nella maggioranza di governo – non cessava di rivendicare l’eredità di Lenin e di presagire l’imminente tracollo del capitalismo: conferma di come forze potenzialmente riformatrici fossero pesantemente condizionate, se non totalmente succubi, da frange minoritarie, abilissime nel presentarsi come vestali dell’ortodossia.</p>
<p>È dalla consolidata schizofrenia della tradizione comunista – la quale, per dirla con Massimo L. Salvadori, «ha praticato, e su vasta scala, il gradualismo, ma sempre come mezzo, adattamento, mai perché riconosce in questo un valore e una cultura prevalente» – che Valter Veltroni sembra volersi definitivamente emancipare. E, per la prima volta, non solo in termini ideali e programmatici, ma anche sotto il profilo, ben più delicato, delle alleanze strategiche.</p>
<p>In questo modo, il PD offrirà un punto di riferimento nitido a quanti, pur sentendosi parte della sinistra, hanno sofferto i margini di manovra e di ricatto concessi ai «rivoluzionari di professione». Ciò avverrà, beninteso, pagando qualche scotto su tematiche da sempre care ai progressisti, a cominciare dall’incandescente rapporto fra sfera pubblica ed autorità religiose. Ma non è escluso che i tentennamenti in materia di diritti, laicità, lavoro siano in futuro compensati da un allargamento del PD ad altri soggetti, socialisti e radicali per primi.</p>
<p>Allo stato attuale, le contingenze potrebbero premiare l’indipendentismo dei democratici.</p>
<p>La deriva identitaria di PRC, PdCI e Verdi, accompagnata dalle reintegro nei ranghi di Casini, conferiscono a Veltroni il ruolo di candidato «al centro». Non il centro parademocristiano familista e clientelare, <em>locus amoenus</em> per micropartiti dediti al trasformismo permanente, bensì il centro europeista e innovatore vaticinato da Mario Monti nell’agosto 2005. È possibile che ciò accresca significativamente la sua attrattiva. Basterà per vincere? Per ora appare improbabile. Ma troppo sarebbe chiedere oggi a Veltroni, che virtuosamente sta ponendo le basi per una sinistra autonoma e “maggioritaria”, di garantire, assieme alla traversata del deserto, un immediato trionfo. Gerusalemme, dopotutto, non fu raggiunta in un giorno.</p>
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