La follia di Re Walter

By Tommaso Milani • Feb 11th, 2008 • Category: Articoli

«I beni più grandi» sostiene Socrate nel Fedro (244 A) «provengono dalla follia». Rientra probabilmente nella categoria delle pazzie salutari la decisione di Walter Veltroni di correre in solitudine alle imminenti elezioni. È certamente vero, come evidenziato da più parti, che una scelta simile si sia resa obbligata alla luce dell’impopolarità del morente governo Prodi. Ed è altrettanto vero che l’Unione, diversamente dall’Ulivo del 1996, aveva fallito da tempo nell’obiettivo di forgiare un persuasivo ed omogeneo discorso pubblico, un’ideologia – nell’accezione “debole” ed avalutativa del termine – che ammantasse di credibilità mediazioni e compromessi fra istanze divergenti. Avvisaglie chiare erano giunte, insomma, di una separazione consensuale fra anima riformista ed anima radicaleggiante al termine della Legislatura.

Ma uno sguardo, sia pure superficiale, alla storia della sinistra italiana ci mostra come ben di rado le strade battute in passato abbiano coinciso con le più ovvie. Noi si spiegherebbe altrimenti l’ostinata incapacità del PCI e – per lungo tempo – del PSI di evolvere in direzione socialdemocratica, aggrappandosi al pernicioso mito, tuttora vivo nell’immaginario dell’elettorato e di non pochi dirigenti, dell’«unità a sinistra». Né si intuirebbe la scelta della ghettizzazione volontaria perseguita da Berlinguer, che ancora nel 1979 – al XV congresso di un partito reduce dall’ingresso nella maggioranza di governo – non cessava di rivendicare l’eredità di Lenin e di presagire l’imminente tracollo del capitalismo: conferma di come forze potenzialmente riformatrici fossero pesantemente condizionate, se non totalmente succubi, da frange minoritarie, abilissime nel presentarsi come vestali dell’ortodossia.

È dalla consolidata schizofrenia della tradizione comunista – la quale, per dirla con Massimo L. Salvadori, «ha praticato, e su vasta scala, il gradualismo, ma sempre come mezzo, adattamento, mai perché riconosce in questo un valore e una cultura prevalente» – che Valter Veltroni sembra volersi definitivamente emancipare. E, per la prima volta, non solo in termini ideali e programmatici, ma anche sotto il profilo, ben più delicato, delle alleanze strategiche.

In questo modo, il PD offrirà un punto di riferimento nitido a quanti, pur sentendosi parte della sinistra, hanno sofferto i margini di manovra e di ricatto concessi ai «rivoluzionari di professione». Ciò avverrà, beninteso, pagando qualche scotto su tematiche da sempre care ai progressisti, a cominciare dall’incandescente rapporto fra sfera pubblica ed autorità religiose. Ma non è escluso che i tentennamenti in materia di diritti, laicità, lavoro siano in futuro compensati da un allargamento del PD ad altri soggetti, socialisti e radicali per primi.

Allo stato attuale, le contingenze potrebbero premiare l’indipendentismo dei democratici.

La deriva identitaria di PRC, PdCI e Verdi, accompagnata dalle reintegro nei ranghi di Casini, conferiscono a Veltroni il ruolo di candidato «al centro». Non il centro parademocristiano familista e clientelare, locus amoenus per micropartiti dediti al trasformismo permanente, bensì il centro europeista e innovatore vaticinato da Mario Monti nell’agosto 2005. È possibile che ciò accresca significativamente la sua attrattiva. Basterà per vincere? Per ora appare improbabile. Ma troppo sarebbe chiedere oggi a Veltroni, che virtuosamente sta ponendo le basi per una sinistra autonoma e “maggioritaria”, di garantire, assieme alla traversata del deserto, un immediato trionfo. Gerusalemme, dopotutto, non fu raggiunta in un giorno.

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