Rosso Tenebra

By Tommaso Milani • Apr 19th, 2008 • Category: In Primo Piano

3,9 milioni per PRC, Verdi e PdCI nel 2006, 1,1 milioni (assieme a Sinistra Democratica) nel 2008. Poco meno di due milioni di voti bruciati nel giro di due anni, un Presidente della Camera uscente non rieletto, la mancata rappresentanza parlamentare. Questi gli effetti più eclatanti dell’impressionante tracollo socialcomunista, nell’anomalo Paese che – unico in Europa – li ha posti in condizione di governare, poi – altrettanto unico – li ha cacciati con ignominia da ambo le Camere. È un bilancio tragico per una sinistra – presuntuosamente dichiaratasi «l’unica» su piazza – uscita a pezzi dalle urne, che sull’altare del rinnovamento in chiave «unitaria e plurale» (una e trina, ha ironizzato Valentino Parlato) ha sacrificato falce e martello, ma soprattutto anima, stime, consensi.

Al cospetto della disfatta, una domanda sorge spontanea: la sinistra radicale, intesa come blocco sociale e gruppo identitario, si è davvero esistita? Siamo in presenza, per utilizzare la formula proposta da Ernesto Galli della Loggia (Corriere, 16 aprile) di una storia finita? Io non direi. L’esito delle amministrative, svolte in contemporanea alle politiche, offre del resto un quadro differente: l’Arcobaleno perde sì consensi, ma ne ottiene quasi il doppio rispetto alla competizione nazionale. Si intuisce che una fetta non indifferente dei tradizionali sostenitori di Bertinotti & C. ha preferito «turarsi il naso» ed assecondare l’etica della responsabilità, scegliendo Veltroni in funzione antiberlusconiana. Altrettanto evidente è che un robusto slittamento a destra del Paese (non è da escludere una sorta di “travaso spontaneo” di voti che attraversa l’intero arco costituzionale, giungendo infine a premiare la Lega) ha penalizzato i massimalisti.

Eppure, ridurre la Caporetto del 14 aprile a simili variabili significherebbe non cogliere il significato più profondo del grande crollo: il rigetto di un’intera classe dirigente chiassosa e inconcludente, incapace di governare non meno che di dar vita ad un’opposizione dignitosa. Ha perfettamente ragione Alessando Del Lago (Liberazione, 15 aprile) ad individuare un «problema non di radicamento ma di rappresentanza», alla luce «delle molte parole e niente fatti» dell’esperienza Prodi. Probabilmente persuasa di poter contare su uno zoccolo duro ben più fidelizzato e indulgente, l’ala sinistra si è dimostrata incapace di dar vita ad una strategia coerente ed efficace, facendosi carico dei compromessi che ogni gestione condivisa del potere richiede. Ha ottenuto, pertanto, un doppio esito negativo: per un verso, ha esasperato quella larghissima parte di moderati e riformisti insofferenti all’estremismo verbale ed al ricatto, giunti a plaudire la svolta autonomista e centrista di Veltroni a mo’ di manna; dall’altro, ha deluso la frangia più pragmatica ed amareggiata del suo elettorato, convitasi che il radicalismo – per dirla con l’icastica ed impietosa immagine offerta da un metalmeccanico intervistato da Liberazione – si curi più di «froci e zingari» che della gloriosa classe operaia.

L’assoluta dabbenaggine di un gruppo dirigente gerontocratico, fallimentare e grottescamente sessista ha fatto il resto in campagna elettorale. L’errore fondamentale risiede quasi certamente nell’aver creduto che il richiamo alla lotta di classe potesse sommuovere le coscienze di un popolo indebolito dall’integrazione economica mondiale. Un processo che, in barba ad ogni internazionalismo, finisce con l’acuire l’ostilità verso l’estraneo di pari appartenenza sociale (la bocciatura della Costituzione Europea in Francia nel 2004, sull’onda dell’avversione per il fantomatico «idraulico polacco», non ha insegnato nulla?) ben più che nei confronti del piccolo imprenditore locale.

Perché del resto un precario dovrebbe schierarsi con i partiti che con più forza hanno insistito per l’abbassamento dell’età pensionabile, od un lavoratore dipendente con coloro i quali sono più restii a rimettere a rimodulare il carico fiscale a suo vantaggio?

La sinistra radicale, presumibilmente, esiste ancora. Semplicemente si è limitata a punire i dirigenti del non fare. Alla luce delle dimissioni a catena, spetterà probabilmente ad una nuova generazione l’onere di ripartire, pena la futura irrilevanza, tracciando un iter ragionevole e realistico, che tenga conto della spinta bipartitica in atto. Naturalmente non è detto che avvenga: l’estremismo è per natura incline ad illudersi e l’uomo, come Churchill sapeva, può anche inciampare nella verità, ma il più delle volte tende a rialzarsi e a proseguire come nulla fosse.

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