Polvere di Silvio

By Tommaso Milani • Apr 14th, 2008 • Category: Articoli

Una volta sbollita l’enfasi delle ore successive al voto, quando il trito rituale delle dichiarazioni in doppiopetto sarà esaurito, emergerà con chiarezza il più vistoso esito di questo imprevista – e sostanzialmente imprevedibile – tornata elettorale: a vincere non è stata la destra, né la sinistra a perdere; non una visione nitida si è imposta a scapito di una alternativa, né un preciso ed omogeneo insieme di interessi sociali ne ha sopravanzato uno antitetico. Tanto meno hanno influito le lambiccate alchimie derivanti dall’obbrobriosa legge elettorale. Per una volta, sociologia, scienza politica ed ingegneria costituzionale sono del tutto impotenti nel far comprendere l’accaduto.

Il 14 aprile 2008 ad affermarsi è stato solo e soltanto un uomo, Silvio Berlusconi.

È una vittoria caparbiamente perseguita con metodi e strumenti del tutto personali, talora personalistici. È un successo che trascende qualsiasi logica di schieramento, qualsiasi disamina – più o meno spicciola – che mirasse a sezionare le sofisticate sensibilità dei cittadini italiani. Avrebbero potuto essere le elezioni dell’astensionismo acuto, dell’irrobustimento del centro, della sinistra antagonista che rivendica la sua vocazione impolitica. Nulla di tutto questo. Le etichette elaborate, nei giorni scorsi, da editorialisti e commentatori si sono rivelate fallaci. La formula decisiva, che nessuno (nemmeno la stampa vicina al centrodestra) ha colto, si è rivelata una ed una ed una sola. Le elezioni del 14 aprile 2008 rappresentano il trionfo definitivo di un leader dato per declinante.

Tutto il resto, a ben guardare, è un effetto collaterale, un dettaglio nell’uragano scatenato dal Cavaliere. Persino il buon esito del Partito Democratico (nel tracollo generale) appare conseguenza di una vocazione centripeta che spazzato al margine della scena politica le forze minoritarie. Scompare il PSI, Casini perde consistenza e prestigio. Eclatante il tracollo della Sinistra Arcobaleno, la cui polverizzazione sancisce (almeno si spera) l’addio alla scena pubblica del Parolaio Rosso, l’unico dirigente della storia comunista a far cadere un governo di centrosinistra, logorarne dissennatamente dall’interno un altro e infine portare la propria forza, sulla carta vicina al 10%, dalle parti del 3%. Applausi.

Qualcuno dirà, numeri alla mano, che la vittoria di Berlusconi è condizionata dalla strepitosa affermazione di Bossi, e che ciò indebolirà un futuro governo. Ma è falso. Fra Bossi e Berlusconi non vi è dualismo, né sovrapposizione. Lo dimostra quotidianamente Giulio Tremonti, garante del Patto del Nord nonché imminente ministro dell’Economia. Bossi non è il proverbiale elefante in cristalleria: è il berlusconismo regionalizzato, in versione linguisticamente hard. Raccoglie uno zoccolo duro “fidelizzato”, avverso al connubio con il “partito romano” di AN. Ma non è altro da Berlusconi. È una sua organica ramificazione territoriale.

È stato Silvio Berlusconi, quindi, a vincere. Ha vinto perché ha riunito attorno a sé, una volta di più e mai come in passato, una robusta fetta di Paese, silenziosa e massiccia, che presumibilmente mai e poi mai voterà a sinistra, e che della sinistra light in salsa veltroniana ha preferito non fidarsi. Ha vinto perché ha incarnato non una certa idea dell’Italia, ma l’Italia stessa e le sue pulsioni maggioritarie. Un Paese che si mostra propenso – sia detto senza alcuna polemica o spirito partigiano – ad una sorta di «dittatura dolce», nelle forme di delega in bianco ed atto di fede nei confronti di un leader carismatico in grado di risolvere i mille problemi che la affliggono. Un’Italia poco procedurale, poco “formale”, sottilmente angosciata, in ansia per il proprio futuro ed in cerca di risposte chiare. Che anela l’uomo buono, il magnanimo Salomone – magari con l’incedere serioso e vagamente infiacchito del settantenne Silvio – in grado di riunirla a coorte.

Sia chiaro: leader carismatico non significa duce, né berlusconismo significa fascismo. Chi lo pensa è un idiota. Populismo, bonapartismo, autoritarismo sono, del resto, etichette insufficienti a gettare luce sulla complessa matassa di ragioni per le quali un miliardario in età di pensione è chiamato a guidare una potenza industriale mondiale per la terza volta. In Italia, senza dubbio, si preferisce affidarsi agli uomini più che alle istituzioni. C’è chi pensa, e chi scrive è fra costoro, che ciò non sia sintomo di buona salute per la nostra liberaldemocrazia. Ma il fenomeno Berlusconi, oramai, non è davvero più circoscrivibile a patologia o a parentesi. Il radar di Arcore è ancora l’unico in grado di captare malesseri e bisogni profondi di una parte della Penisola. E a sapersene servire per vincere. Novus ab integro nascitur ordo.

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