Nel tempo de li dei falsi e bugiardi
By Tommaso Milani •
Apr 4th, 2008 • Category: In Primo Piano
Come da copione, una campagna elettorale raffazzonata e soporifera, imbastita in tutta fretta dopo la caduta del governo Prodi, si sta trascinando verso un epilogo anonimo. Nemmeno le rutilanti offerte last minute, dalla moltiplicazione dei pani e dei campus agli squinternati bonus bebè per riempire le culle della nazione, sembrano smuovere la granitica indifferenza dell’elettore idealtipico: che a votare ci andrà, probabilmente, ma più con la rassegnazione dell’Ecclesiaste (nihil sub sole novi) che con l’ardore del civis romanus.
Nel frattempo, alle pendici del teatrino, gli psicodrammi all’italiana si moltiplicano. Un Paese incattivito e imbolsito, che il ciclo economico sfavorevole e le riforme mancate stanno spingendo verso la crescita zero, sembra avvitarsi su se stesso, con la leggiadria di un walzer ballato sul ponte del Titanic. «Non compreremo a ogni costo», aveva chiarito da tempo Spinetta, ma i sindacati non gli hanno dato ascolto. Forse perché in Italia nessuno, o quasi nessuno, fa realmente ciò che dice, mentre in Europa funziona all’opposto. Così i benemeriti garanti del diritto al lavoro impiccano i propri iscritti alla corda (anzi, alla cordata) generosamente offerta da Silvio Berlusconi, il miliardario neopragmatico che ha smesso di recitare ritornelli liberisti per dar fiato alle trombe (e che trombe) del colbertista Tremonti. Dagli all’Europa, dagli allo straniero. In assenza di volitivi italiani disposti a investire, una strada patriottica in effetti ci sarebbe: perché non pagare i dipendenti in lire?
La strada italiana al traffico aereo, del resto, piaceva tanto anche a Bertinotti Fausto, l’intramontabile teorico del socialismo del XXI secolo, che politicamente sta a sinistra ma da una vita fiancheggia protezionismi e corporazioni. Lui se ne frega della ricchezza creata, gli basta ridistribuirla. Tanto che, a fine anni ’90, il suo house organ «Liberazione» prendeva le parti dei tassisti contro il ferocissimo governo D’Alema. Fausto e kompagni hanno ingoiato il decreto Bersani ma oggi gongolano nei panni di forza antisistema. Si battono per l’energia alternativa (quella usata da Pecoraro per scarrozzare gratis amici compiacenti, stando alla Procura di Potenza?), i diritti sociali, la lotta di classe. Hanno anche trovato una soluzione geniale al problema casa: l’occupazione abusiva. Difendono i posti di lavoro (compito che spetterebbe, in una democrazia liberale, ai sindacati, non ai partiti) e gridano al complotto per i bassi salari. Forse il Presidente uscente della Camera non si è accorto che siamo uno dei pochi paesi occidentali in cui la produttività decresce al decrescere dell’orario di lavoro, il capitale umano rimane ad oggi poco qualificato, l’innovazione è scarsa e la mobilità sociale inesistente. Probabilmente gli è sfuggito che il cuneo fiscale è così elevato soprattutto in virtù dell’oneroso sistema previdenziale, a tutto vantaggio di chi (a 58 anni, non a 90) fuoriesce dal mercato del lavoro. O, ancora, non vede che la bassa crescita è in larga parte dovuta all’atavica esclusione dai processi produttivi del mondo femminile (ne parla Maurizio Ferrera nel suo saggio Fattore D: libro bellissimo, naturalmente ignorato), lo stesso così poco rappresentato nelle liste della Sinistra Arcobaleno. A quanto pare, il pomodoro abortista e libertario tirato addosso a Giuliano Ferrara è la più sofisticata forma di femminismo cui attualmente è dato aspirare.
Nella delirio generale, il PD, recentemente distintosi per aver imbarcato il dilibertiano Bianchi (un distinto e canuto signore che descrive un’Alitalia dai fondi illimitati e le traversie della vita hanno reso Ministro dei Trasporti), vaticina l’annientamento di tutte le mafie nella persona dell’etereo Veltroni ed auspica un lavoro più giusto. Quale? Forse quello garantito dalla legge 188/2007, parzialmente emendata da un contorto decreto attuativo datato 21 gennaio, che trasforma le dimissioni in un’assurda gincana?
Frattanto, per gradire, una botta di ottimismo ci viene da «The Economist», secondo cui nel 2015 il nostro tasso di crescita sarà il più basso dell’Europa a 27, mentre dobbiamo rivolgerci all’Heritage Foundation, curatrice dell’Index of Economic Freedom 2008, per apprendere che la nostra economia è strangolata dalla corruzione, assai più di ogni altro paese dell’area Euro 15. Più che alla flessibilità del mercato del lavoro o all’intervento pubblico (che pure resta piuttosto elevato), è alla trasparenza amministrativa e alla riduzione della durata dei processi che dovremmo mirare.
Ma evidentemente abbiamo altro a cui pensare: la campagna elettorale impera, con tanto di ballerine e falsi profeti al seguito. Fra mazzette (le conversazioni intercettate fra professori corrotti e studentesse all’Università di Bari in tema di «scoprirsi» sembrano uscite da un film di Pierino) e munnezza, prendiamo atto con gioia della ricomparsa di Gesù Cristo fra i socialisti (del resto solo Lui potrebbe portarli a Montecitorio) e dello scudo di Pizza. Ormai mancano solo i fichi.







