Sistema RadioTV e schizofrenie di primavera

By Daniele Militano • Mar 27th, 2008 • Category: Articoli

“La legge sulla par condicio è una legge liberticida” tuonava nei giorni scorsi, acclamato da un tripudio di sostenitori, il Cavaliere, che invocandone una rapida modifica allo scopo di salvaguardare il pluralismo della democrazia italiana, si proponeva come paladino della libertà e dei diritti dei cittadini. Ora, è pur vero che di questi tempi sia usuale vedere e sentire tutto e il contrario di tutto, ma in questo caso risulta evidente che qualcosa non quadra: e non mi riferisco al merito delle affermazioni su riportate, che toccano un terreno sul quale non intendo ora addentrarmi nello specifico, bensì a chi le ha partorite, Berlusconi appunto.

Il discorso risulterà più chiaro facendo un rapido excursus sullo sviluppo del sistema radiotelevisivo italiano: mancando una legislazione specifica, fu in prima istanza la Corte Costituzionale a delineare la disciplina in materia, optando per un sistema di monopolio pubblico, in considerazione del fatto che: I) le convenzioni internazionali assegnano all’Italia solo dodici frequenze II) i costi per avviare e gestire le imprese TV sono molto elevati. La scelta della Corte era dunque dettata dal timore che un eventuale regime privatistico del settore avrebbe inevitabilmente condotto alla creazione di oligopoli, estremamente deleteri per il pluralismo d’informazione.

I timori della Corte diventarono tangibili sul finire degli anni settanta, quando di fatto si creò, con la compiacenza di un legislatore inerte o complice, un monopolio privato che assorbiva gran parte delle frequenze disponibili. Quando i giudici tentarono d’opporsi a quello che di fatto poteva definirsi un “colpo di mano”, venne emanato il c.d. Decreto Berlusconi, che legittimava la situazione creatasi. I successivi interventi legislativi (Legge Mammì del ’90, Legge 249 del ‘97) furono poi tesi a smussare gli angoli di una disciplina legislativa raffazzonata, caotica, e in buona parte, de facto, incostituzionale.

La Corte reagì emettendo tre dure sentenze (dell’88, del ’94 e del 2002), con le quali affermava e ribadiva l’incompatibilità delle norme che consentivano l’assegnazione ad un unico soggetto (oggi Mediaset) di 1/4 delle frequenze nazionali assegnate all’Italia, con il principio del pluralismo informativo, e di conseguenza esortava il Parlamento ad approvare una Riforma che correggesse la situazione di monopolio esistente.

La risposta del Parlamento fu la famigerata Legge Gasparri del 2004, (in un primo tempo, ricordiamolo, rinviata alle Camere dal Presidente della Repubblica perché incostituzionale) che cercava di aggirare la forte presa di posizione della Corte usando alcuni escamotages che di fatto confermavano il regime televisivo esistente.

Nemmeno la recente sentenza della Corte di Giustizia Europea (31 gennaio 2008), che ha condannato duramente la normativa oggi in vigore, dichiarandola lesiva del pluralismo e della libertà d’informazione, è riuscita a riaprire il dibattito nel nostro Paese.

Risulta allora evidente come la situazione sia in realtà capovolta rispetto alle parole di Berlusconi: la legge sulla par condicio, giusta o sbagliata che sia, non è altro che la conseguenza inevitabile di un sistema radio televisivo malato, in cui non è tutelato in nessun modo né il diritto “attivo” alla libera informazione, ossia il diritto di informare, né quello “passivo” cioè il diritto d’essere informati. Ai cittadini è data quotidianamente in pasto un’informazione perlopiù univoca e acritica: in altre parole, la legge sulla par condicio non è altro che una piccola toppa creata per coprire un buco enorme. Va da sé che qualsiasi legge che tenti di intervenire sul sistema vigente non per cambiarlo radicalmente, ma solo per cercare di limitarne gli effetti negativi, finisce inevitabilmente per adattarvisi. Nasce, per così dire, con un “peccato originale” difficilmente estirpabile; di conseguenza non è escluso che la normativa sulla par condicio sia effettivamente da modificare.

Ciò nondimeno, dev’essere chiaro che questa legge sarebbe stata del tutto superflua in un contesto radiotelevisivo “sano”, in cui la libertà informativa fosse stata garantita da una pluralità di soggetti capaci di mettere sul piatto dell’offerta televisiva proposte diverse, tra cui il cittadino avesse potuto liberamente scegliere.

Gli elettori sono stanchi di maliziose e schizofreniche confusioni di cause ed effetti, vogliono cambiamenti concreti e tangibili, subito. Il prossimo Governo dovrà far fronte con serietà a queste istanze.

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