Leone d’inverno

By Tommaso Milani • Mar 19th, 2008 • Category: Articoli

prodi.jpg Anche i tramonti possiedono una loro rispettabile solennità, per chi li sa apprezzare. Purché, beninteso, il crepuscolo non si prolunghi oltre il lecito, e chi vive il proprio eviti di umiliarsi – al pari di Faust nel dramma di Marlowe – tentando di procrastinare il compiersi della sorte.

Va riconosciuta a Romano Prodi una sobrietà non comune nell’uscire di scena. Da uomo pubblico consumato, avvezzo a calcare palcoscenici internazionali, ha compreso quale fosse il momento opportuno per porre fine al proprio percorso politico. Senza proclami, senza diktat, senza interviste fiume. Vi è qualcosa di profondamente cristiano nel non far coincidere vita biologica e vita attiva, tempo dell’esistenza e mondanità. Prodi forse se n’è ricordato. Gli è mancata la superbia di reputarsi indispensabile, nonché l’attaccamento al “potere per il potere” che spesso accompagna la senescenza. Quasi a rimarcare il primato della «cittadinanza del cielo» rispetto agli affanni umani, a dispetto di un rivale storico – sempre più prigioniero del proprio giovanilismo esteriore – candidato alla guida del Paese per la quinta volta.

Romano Prodi lascia da sconfitto, non da perdente. Paga colpe sue, ma non solo sue. Affronta le forche caudine del sondaggismo (ultima frontiera della non-politica contemporanea) che ne certificano l’impopolarità assoluta, quasi un Jimmy Carter nostrano. È stato poco scenografico e dinamico in un’età superficiale e flessibile. C’è molto di lui nella sua esasperante lentezza emiliana e nella sua parlata pastosa. Merci che – non diversamente dal costituzionalismo inglese di burkeana memoria – si sono dimostrate poco esportabili.

Al pari dei grandi retori o dei personaggi illustri, Prodi ha scritto un’orazione (inconsapevolmente funebre) pro domo sua. L’ha pronunziata, in un’aula grigia e infreddolita, nel dicembre scorso, all’apertura delle attività dell’associazione il Mulino. In quella relazione, intitolata Per l’Europa – quasi un epitaffio – e distribuita in un formato ciclostile che più spartano non si potrebbe, agli antipodi dagli opuscoli patinati dell’universo Publitalia, sono riassunti i cardini della sua weltanschauung: l’ossessione per la riconciliazione, il miraggio del ricongiungimento degli opposti, la combinazione di idealismo e pragmatismo, l’arte della mediazione, la passione per i tempi lunghi. In un souvenir del 2001 quasi un presagio d’insuccesso, testimonianza della propria, ben conscia inattualità: «Nell’era della politica spettacolo, solo gli avvenimenti improvvisi e imprevisti hanno qualche spazio. Le cose costruite con pazienza, pietra su pietra diventano forzatamente banali».

Fra Bruxelles, Bologna e Roma si sono consumati i fasti di questo economista prestato alla politica, un Cincinnato della Bassa «due volte nella polvere / due volte sull’altar» all’interno dei patri confini, teorico del capitalismo ben temperato (titolo di un suo saggio del 1995) e dell’integrazione sopranazionale. Il dosettiano capace di divenire Presidente della Commissione Europea e di promuovere l’allargamento a 27, sfidando lo scetticismo franco-tedesco verso il Belpaese e la sua classe dirigente, ma non di sfuggire alla doppietta del Viceré di Ceppaloni, quel Clemente Mastella guardasigilli dimissionario che lo impallinò al Senato, corredando la dichiarazione di voto con una poesia taroccata di Neruda scaricata di Internet, ed oggi lo rimpiange «non una, ma dieci volte».

Viene da pensare allora che le ragioni del fallimento dell’Unione non vadano individuate tanto o solo nel Professore, quanto nelle bizzarrie dell’arzigogolata Italia che lo circonda. Un Paese dalle patologie troppo numerose ed estese per dar vita ad una piattaforma politica organica in grado di riformarlo, a sinistra non meno che a destra. La strategia di Prodi – basata sull’asse privilegiato con le frange massimaliste più sgangherate e grottesche dell’emisfero occidentale – si è arenata presto. Ma non è detto che quelle di PD e PDL si rivelino vincenti.

Nei giorni dell’addio, il saluto più elegante e caloroso gli è venuto, una volta ancora, da oltralpe, sulle colonne del quotidiano conservatore Le Figaro: «Leader di una maggioranza senza avere un partito, capo di un governo senza battaglioni con cui sostenerlo, fondatore e quindi presidente di una forza sulla quale non ha alcun potere di condizionamento, ha giocato un ingrato ruolo chiarificatore nella sinistra italiana. Ha unito senza poter minacciare, innovato senza poter imporre, riunificato senza giungere a consolidare una dinamica unitaria. E ciò malgrado è riuscito a stringere un’alleanza fra cattolici di sinistra e laici marxisti».

Vi è l’essenza del contraddittorio avventurismo italico in queste poche righe. E l’eredità della sinfonia incompiuta di un democristiano testardo che qualcuno potrebbe, presto o tardi, rimpiangere.

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