Laissez-faire, moi non plus

By Tommaso Milani • Mar 10th, 2008 • Category: Articoli

tremonti_v01.jpgVi è un che di significativo, ma non di sorprendente, nel mutamento di linea economica annunziato nei giorni scorsi da Luigi Casero, esponente di Forza Italia. Il passaggio del neonato Popolo della Libertà dalla filosofia market-friendly di Margareth Thatcher al «colbertismo dolce» teorizzato da Giulio Tremonti non può essere classificato come boutade elettorale. È, semmai, la presa d’atto della sostanziale estraneità di larga parte del centrodestra italiano alla cultura di mercato e d’impresa, dei cui slogan si era ammantato dal 1994 ad oggi.

L’assioma secondo cui il movimento politico fondato da Silvio Berlusconi avrebbe un’anima «liberista», fatto proprio da numerosi commentatori ed intellettuali, ha origine da un equivoco sociologico prima ancora che politico. Nell’ultimo quindicennio, infatti, la Casa della Libertà ha costruito il proprio zoccolo duro di consensi all’interno di fasce sociali poco avvezze a tollerare un’espansione dello Stato a loro danno. Di qui l’insistenza sull’abbassamento delle aliquote, vero tormentone del Cavaliere e biglietto da visita con cui instaurare un asse privilegiato con quei ceti (dalla piccola imprenditoria ai liberi professionisti, dai risparmiatori al mondo dell’artigianato) che più avevano da perdere da una espansione della burocrazia e del settore pubblico.

È significativo, nondimeno, che le istanze di diminuzione della pressione fiscale, di per sé traducibili in una progetto politico liberale o liberalconservatore, non si siano rivelate funzionali alla costruzione di un messaggio dichiaratamente liberista. Mai, o quasi mai, il centrodestra ha insistito sulla necessità di ridurre drasticamente il deficit (che anzi è cresciuto in misura tale, fra 2003 e 2004, da giustificare l’apertura da parte di Bruxelles di una procedura per infrazione) o di arginare la spesa pubblica (nel 2005 ha toccato lo zenit dal 1993 ad oggi). Al contrario, si è presentato come conglomerato di forze fortemente caratterizzate sotto il profilo identitario. Da un lato, ha esaltato la rivendicazione di «eccezionalismo» del modello Nordest, identificato con la fetta d’Italia dinamica e produttiva, sfruttata dalla restante parte tramite un intollerabile centralismo assistenziale. Dall’altro, ha sposato il tentativo, patrocinato da Marcello Pera, di accreditarsi come forza teocon, vicina alla politica estera statunitense e custode dei valori cristiani.

Attualmente il tremontismo appare la riposta più ovvia e immediata alle sfide della globalizzazione. La prassi dirigista, attenta a non intaccare rendite di posizione ed a salvaguardare rapporti di non belligeranza con le associazioni di categoria, perseguita nel passato quinquennio di governo assume un’inedita rispettabilità intellettuale, così da renderla spendibile nell’arena politica. Quegli stessi settori che, sul piano interno, hanno applaudito ad un incremento della flessibilità contrattuale nei rapporti di lavoro e si sono strenuamente opposti alla revisione degli studi di settore proposta da Vincenzo Visco richiedono oggi, nelle dinamiche internazionali, sostegni e protezione davanti allo strapotere nell’export di India e Cina. Uno sviluppo come quello del Lombardo-Veneto, che storicamente ha conosciuto i propri punti di forza nel basso costo del lavoro e nel livello scarsamente qualificato dei suoi manager, è infatti esposto più di altro ai «rischi fatali» di cui l’ex ministro ha scritto nel suo penultimo saggio.

C’è di che gioire per la franchezza con cui il PdL ha gettato la maschera. Dopotutto non è un caso che la maggioranza di governo che scelse di non ricandidare Mario Monti alla Commissione Europea sia la più lesta nel rinnegarne i principi. Fra il capitalismo (concepito come insieme di norme trasparenti volte a disciplinare l’esercizio della libertà d’impresa) e capitalisti, ha scelto di difendere questi ultimi. Parafrasando il monito di un cardinale, meglio essere liberisti senza dirlo anziché definirsi tali senza esserlo.

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