L’interventismo che produce ignoranti

By Tommaso Milani • Mar 2nd, 2008 • Category: Articoli

fioroni01g.jpgNel mio ultimo intervento («Se il PD ha paura del liberismo», 27 febbraio) mi sono occupato del difficile rapporto fra cattolicesimo democratico e libertà economica. La sorte ha voluto che in quei giorni il ministro Fioroni firmasse un decreto in grado di esemplificare perfettamente l’idea di eguaglianza che tanti (troppi) cattolici sottoscrivono. E che induce a riflettere su quali ricadute una simile concezione possa avere sulla società italiana.

 

Per la prima volta, infatti, il Ministero della Pubblica Istruzione ha fissato in via autoritativa un tetto massimo di spesa in libri di testo alle superiori. Una corposa tabella, elargita dai funzionari del dicastero, ha provveduto a documentare gli standard di esborso, accuratamente ripartiti sulla base della tipologia di scuola e dell’anno frequentato. Apprendiamo così che in avvio di ginnasio non è dato far spendere ad una famiglia più di 320 euro per studente, cifra che precipita a 181 al secondo anno, per impennarsi a 370 con l’ingresso al liceo, scivolando quindi a 305 e risalendo a 315 nell’ultima fase del triennio. Le montagne russe del classico sono pressoché speculari a quelle dello scientifico (si passa da 305 a 210, per crescere poi gradualmente fino a 310, ripiombare a 280 e ristabilirsi a quota 300) o dell’artistico (qui il saliscendi è annuale: 260-170-250-190-200). In poche parole, i tecnici dell’ufficio ministeriale si sono premurati di modulare i “piani tariffari” ponderando le stime. Ne è scaturito un delizioso quadretto di cifre, in tutto simile a quelli esposti nelle camere d’albergo o sui taxi. Un vero vademecum per gli istituti parsimoniosi.

Il capolavoro burocratico – osannato, per ovvi motivi, dal vigilantissimo Movimento dei Genitori, nonché avversato, per ragioni altrettanto scontate, dagli editori di settore – è presentato da Fioroni come un’eccelsa conquista. Stando al quotidiano «La Repubblica» (25 febbraio), così ha commentato: «Non credo che ne risentirà la libertà di insegnamento: ne risentirà in modo positivo la libertà ed il diritto di ricevere un’istruzione che, è bene ricordarlo, non può diventare un lusso per pochi». A fargli eco sono i suoi collaboratori, secondo i quali, ad oggi, il 40% degli istituti superiori «ha superato il tetto massimo» (verrebbe da chiedersi che senso logico e giuridico abbia parlare di sforamento in assenza di un limite precedentemente stabilito: evidentemente, nella pubblica amministrazione, permane l’antico vizio di considerar prassi la retroattività della norma).

La virata interventista stupisce, giacché proviene da un uomo politico segnalatosi in passato per buonsenso e rigore (ne ha scritto Daniele Checchi su «lavoce.info»). Ma, proprio per questo, è lecito chiedersi se essa sia qualcosa di più – e di peggio – di un momentaneo cedimento alla demagogia. Dal decreto Fioroni, infatti, emerge chiaramente l’idea secondo cui l’istruzione sia un gravame da alleviare, anziché un investimento da promuovere. L’assalto dirigista da parte del ministero colpisce lo strumento più potente nella diffusione di buona cultura fra i banchi, quello dei manuali. Naturalmente il provvedimento trae origine dalle migliori intenzioni: garantire equità nell’accesso alla formazione. Eppure, a conti fatti, tale promozione dell’eguaglianza è pagata al carissimo prezzo di una diminuzione delle opportunità (il tetto comporterà un minor acquisto di libri, e quindi minori occasioni di lettura). Non può che destare perplessità, inoltre, il metodo costruttivista, centralista e uniformate con cui la decisione è stata presa. Eventuali casi di abuso e di acquisti ingiustificati avrebbero potuto essere sanati a livello di singole scuole, se non di singole classi, grazie ad un confronto fra educatori e famiglie. Ma ciò che più di tutto indigna è che la misura “egualitaria” sancisca per legge la più palese delle discriminazioni: ai classicisti sarà dato di spendere nel quinquennio 1490 € contro i 913 € degli studenti di un tecnico-commerciale. Quasi 600 euro di scarto a consolidare il più atavico – e idiota – dei pregiudizi italici, secondo cui la formazione professionale spetterebbe ai «poveri cristi», da tutelare paternalisticamente con una politica di costi bassi, mentre il liceo sarebbe riservato alle élite (economiche, innanzitutto).

Non è di questa mentalità che la scuola italiana ha bisogno. Al contrario, andrebbe riaffermato con vigore il principio (apparentemente caro alla sinistra “movimentista”) secondo cui la formazione non è un bene di consumo. Essa non esaurisce i propri benefici al conseguimento del proverbiale diploma, ed è soprattuto la più efficace leva di ascesa sociale e di superamento dei gap di partenza. Proprio per questo occorrerebbe spendere di più, non di meno: in primis da parte delle famiglie.

A quali frutti conduca il democraticismo compassionevole è testimoniato, del resto, dal sistema universitario. Le tasse d’iscrizione – lo ha recentemente ricordato Franco Bruni su «La Stampa» – restano bassissime rispetto agli standard europei e quasi sempre regressive. Un loro incremento potrebbe permettere la creazione di nuove borse di studio, il cui numero è fra i più bassi al mondo, a vantaggio dei privi di mezzi. Ma contro tale strategia si sono sempre battute le associazioni studentesche, per ragioni affini a quelle di Fioroni. In tal modo la ricerca dell’eguaglianza degenera in egualitarismo e finisce col cristallizzare le gabbie sociali che, al contrario, dovrebbe infrangere.

I calmieri di Diocleziano minarono la stabilità finanziaria dell’Impero Romano. C’è da sperare che i giri di vite psuedoassistenziali non distruggano quel po’ di scuola pubblica di qualità che ci resta.

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