Se il PD ha paura del liberismo
By Tommaso Milani •
Feb 27th, 2008 • Category: Articoli
Che numerosi cattolici abbiano mugugnato per l’ingresso di nove radicali nelle liste del Partito Democratico è un fatto. Che i radicali, sui temi eticamente sensibili, abbiano in passato assunto posizioni sgradite alle gerarchie ecclesiastiche è un altro fatto. Ma siamo davvero sicuri che il malessere espresso, ad esempio, dall’ultras Paola Binetti e dalla liberal Rosy Bindi per l’apertura ai pannelliani nasca da qui? È davvero incontestabile che il nervosismo lasciato trapelare da «Famiglia Cristiana» tragga origine da antiche ruggini in merito al referendum sulla legge 40? Discutiamone. Giacché, a ben guardare, un altro punto di frizione ci sarebbe, e non piccolo. Una cosuccia da nulla chiamata libertà economica (che è anche libertà dallo Stato).
Il 18 aprile 2006 sul «Corriere della Sera» apparve un intervento del senatore piemontese teodem Luigi Bobba in merito ad un possibile coinvolgimento della Rosa nel Pugno nella nascita del PD. Il verdetto di Bobba, inappellabile, era sancito già dal titolo: «Entrano i radicali? Io resto fuori». Con puntiglio, l’allora parlamentare della Margherita enucleava tre aree precise sulle quali la nuova formazione avrebbe dovuto distinguersi dall’area liberalsocialista. Assieme al rifiuto del laicismo e all’europeismo, si evidenziava un distinguo economico: «Il Partito democratico, poi, dovrà avere un chiaro impianto riformatore equilibrando il valore della libertà con quello dell’equità. Anche qui l’approccio ai principali problemi nuovi della società - della conoscenza dal lavoro flessibile all’invecchiamento della popolazione - segna una netta distanza dall’impostazione liberista sottostante alla cultura e al programma dei radicali». Che significavano le affermazioni di Bobba? Semplice: che il centrosinistra avrebbe dovuto impegnarsi sui fronti del precariato e dell’abbassamento dell’età pensionabile. Già, ma come? Con che strumenti?
Nelle proposte radicali – modulate, è bene ricordarlo, sulla cosiddetta «Agenda Giavazzi», una strategia riformatrice in più punti elaborata dall’economista bocconiano – si suggeriva di modificare la legge 30 inserendo ammortizzatori sociali e di lasciare intatto lo scalone Maroni. Due misure ispirate, da un lato, da una visione del welfare tipicamente laburista e blairiana (va difeso il lavoratore, non il suo posto) e, dall’altro, da un genuino pragmatismo (le statistiche descrivono, nel 2050, un’Italia drammaticamente invecchiata, gravata da un sistema previdenziale assai oneroso finanziato in massima parte da immigrati e da figli di immigrati: di ciò, però, le anime belle del massimalismo non si curano).
Quale linea abbia prevalso è sotto gli occhi di tutti: l’Unione fra 2006 e 2008 si è limitata ad applicare ai lavoratori precari forme di tutela già presenti nella Legge 30 ed ha preferito concentrare i propri sforzi, sotto la spinta dell’ala sinistra della coalizione, in un’assurda riforma pensionistica, di cui beneficeranno meno di 130.000 persone – in massima parte impiegati pubblici – a fronte di un esborso per l’erario di circa 10 miliardi di euro in 10 anni. Viva il riformismo.
Il piglio liberista dell’azione politica radicale irrita, del resto, i cattolici «sociali» e “solidaristi” non meno che i teodem. Gran parte del programma di Rosy Bindi alle scorse primarie democratiche rispecchiava una sensibilità interventista e pro-public policy piuttosto lontana dalle Veltronomics: si parlava di «promozione dell’universalità dei servizi pubblici» per scongiurare «il miraggio di una risposta individualistica alla gestione dei rischi», o di un ripensamento della spesa pubblica che compensasse «la scarsissima attenzione alle funzioni dell’assistenza sociale». La stessa Bindi, tempo addietro, aveva auspicato una rinnovata alleanza con la Sinistra Arcobaleno.
I radicali, ovviamente, sono incompatibili con questo schema. Come sempre, in politica, differenti approcci ideologici rispecchiano anche differenti interessi materiali. Il partito che fu di Ernesto Rossi può permettersi di avere «mani libere», dal momento che è forse l’unica forza, nel panorama italiano, a non servirsi della spesa pubblica per acquisire consenso, e non trae quindi alcun beneficio dall’espansione del debito o del deficit. Il loro 2-3% testimonia un radicamento limitato alle élite, speculare a quello del Partito d’Azione (detestato all’epoca, non a caso, dai cattolici non meno che dai comunisti) nel secondo dopoguerra.
Chissà che la presenza fra i democratici di questi «pazzi malinconici» non aiuti il nuovo centrosinistra a compensare gli impulsi statalisti di parte dei propri dirigenti.








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