Un tram che si chiama falansterio
By Tommaso Milani •
Feb 24th, 2008 • Category: Articoli
La cosa migliore che si può trovare in mezzo ad una strada è un coniglio morto, recita un proverbio
texano. Come a dire: le uniche vere scelte, le sole prese di posizione meritorie sono quelle in grado
di sancire nette distinzioni. Chissà se i leader della sinistra arcobaleno hanno optato per un metodo
analogo, al momento di delineare la loro condotta in vista del 13 e 14 aprile.
Certamente hanno patito il colpo – e che colpo – inferto dalla risolutezza con cui Walter Veltroni si
è smarcato dal Governo uscente. Non solo, e non tanto, sul piano dei contenuti programmatici,
quanto nel perentorio rifiuto del ricompattamento a sinistra, che della tattica prodiana è sempre stato
il cavallo di battaglia. In questo Fausto Bertinotti e soci hanno mostrato una lucidità non superiore a
quella di Casini, la cui rottura con Berlusconi è stata subita assai più che ricercata. Probabilmente
hanno sopravvalutato le capacità dell’entourage del Professore di frenare la svolta. O forse hanno
supposto che l’imminenza delle elezioni inducesse l’ex sindaco di Roma a rinsaldare i ranghi, ga-
rantendosi un bottino certo di consensi, anziché avventurarsi in una caccia ai voti ambiziosa e quasi
disperata nelle «terre di mezzo». Così non è stato, e la Cosa Rossa sembra oggi pagare un tributo
alla propria miopia.
Il principale fallimento dell’ala massimalista non riguarda comunque le mancate alleanze – che
semmai sono una conseguenza –, bensì l’incapacità di dar vita ad un gruppo dirigente in grado di
coniugare radicalità negli obiettivi e serietà nell’azione di governo. Il fatto (certo non trascurabile)
che la caduta dell’esecutivo sia imputabile a defezioni “moderate” non può esimere da una valuta-
zione globale sulle debolezze caratterizzanti quella maggioranza: a cominciare dall’estemporaneità
nelle esternazioni di alcuni titolari di dicastero, per mesi inabili a contenere la propria loquela. Né
Pecoraro Scanio, né Bianchi, né tantomeno Ferrero – la cui gratuita quanto inutile dissociazione da
D’Alema in merito all’indipendenza kosovara è un degno suggello all’esperienza ministeriale –
hanno saputo scindere appartenenza ai relativi partiti e partecipazione al gabinetto. Al contrario, si
sono sovente cimentati nella poco commendevole arte del distinguo, dell’astensione, della lagnanza,
scaricando su Prodi le tensioni derivanti da irrisolte controversie con le loro esigenti basi.
Per circa un anno, dall’estate 2006 a quella 2007 – allorché presero a manifestarsi i primi concreti
smottamenti al centro – le cronache narrano di un continuo pressing sull’esecutivo nel tentativo di
forzare il programma sottoscritto. Dalla richiesta di «discontinuità» in Afghanistan al tormentone
contro la legge 30, dalle strizzate d’occhio ai no-Tav al disastroso tentativo di osteggiare il protocol-
lo Welfare cavalcando le tesi della FIOM, l’esperienza del radicalismo al potere si riduce ad una
poderosa serie di fallimenti. L’oltranzismo verbale dei leader è stato accompagnato da una sostan-
ziale inconcludenza pratica. Lo certificano i dati economici resi noti da UE e Banca d’Italia nelle
ultime settimane, che fotografano un Paese non solo fragile sotto il profilo della crescita, ma dalle
disuguaglianze sociali crescenti, salari bloccati e produttività in calo. Le performance migliori del
governo uscente riguardano l’abbassamento della «tassa occulta» – l’enorme debito pubblico –, os-
sia la linea rigorista in politica economica, patrocinata da Padoa Schioppa, che con massimo zelo i
neocomunisti hanno tentato di sabotare. Eppure non paiono levarsi autocritiche significative. Anzi,
le responsabilità andrebbero addebitate naturaliter al PD “confindustriale” e “neodemocristiano”.
Che cosa non sia la sinistra radicale è quindi ormai chiaro. Non è una forza interessata a farsi carico
della guida del Paese, bilanciando salvaguardia dei diritti e redistribuzione con doverose politiche di
risanamento e sviluppo. Si tratta di capire quale identità assumerà allora questa “macchina da guer-
ra”, e quale assetto. Opposizione è il termine ricorrente, evocato sovente da «Liberazione». Ma può
essere questa la formula magica? Se, per citare la paradigmatica definizione di Anthony Downs, un
partito è «una compagnie di persone che cercano di ottenere il controllo dell’apparato governativo a
seguito di elezioni», è davvero possibile che la Sinistra Arcobaleno, per alcuni vicina al 10%, con-
cepisca se stessa come semplice forza antisistema?








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