Il ruggito del Centro
By Tommaso Milani •
Feb 20th, 2008 • Category: Articoli
Il rifiuto di Pierferdinando Casini a confluire nel Popolo della Libertà si presta a molteplici interpretazioni. C’è chi, come Angelo Panebianco, vi vede un tentativo di riaffermare l’autonomia di un’area e di una tradizione – quella centrista – compressa dalla dinamica bipolare degli ultimi quindici anni. Altri, come Renzo Foa, vi scorgono la volontà di preservare il ruolo dei singoli partiti, sottraendosi alla corsa per occupare spazi in coalizioni mascherate. Sono ipotesi plausibili e probabilmente corrette. Ma viene da chiedersi se la frattura, al di là di valutazioni di lungo periodo, non tragga origine da un’esigenza immediata e primaria: quella di sopravvivere.
Dal 1994 ad oggi, i superstiti della Balena Bianca schierati col centrodestra hanno costruito la propria forza, elettorale e politica, nel presentarsi come contraltare allo strapotere culturale e materiale del fenomeno Berlusconi. Mentre Forza Italia modellava la propria immagine attorno al mito del rinnovamento generazionale e della rivoluzione liberale permanente, gli orfani della DC – novelli bizantini – custodivano gelosamente le insegne di un passato glorioso, rendendo onore ad icone della Prima Repubblica come Andreotti e Forlani. Da sempre hanno tentato di offrire al conservatorismo italiano un volto istituzionale, più presentabile agli occhi dell’establishment. Si sono distinti per lo stile pacato, ministeriale, consapevolmente old fashioned dei loro rappresentanti. Hanno eretto la salvaguardia dei “valori” e la difesa delle famiglie a bussola ben prima del magistero di Papa Ratzinger. Una volta al potere, hanno dimostrato una consumata abilità nel maneggiare le arti della diplomazia ed i trabocchetti di palazzo. Lo testimonia l’implacabile guerriglia di logoramento cui sottoposero, dal 2001 al 2006, il Governo di cui facevano parte, accattivandosi gli strali di alleati e giornali d’area («Libero» su tutti). Momento culminante di quella piccola Vandea, capitanata dall’attuale transfuga Follini, furono le dimissioni del Presidente del Consiglio nella primavera del 2005. Nella più ambigua ed extraparlamentare delle crisi, i topolini bianchi costrinsero il Re – non prima di aver proclamato la «fine della monarchia» – a piegarsi alla logica, tutta dorotea, dell’esecutivo debole.
Berlusconi aveva certamente intuito come l’unico antidoto ad una replica futura fosse il loro assorbimento in un contenitore unitario. Un recipiente sufficientemente esteso per liquidare lo stato maggiore UDC a minoranza, assoggettandolo ad AN e FI. Una forza prossima al 40-45% in grado di far prevalere l’onnipotenza della leadership carismatica a scapito di ogni velleità correntizia. Di qui l’offerta a prendere o lasciare, una volta sancito il canale preferenziale con la Lega Nord e facendo presagire una investitura di Gianfranco Fini a suo successore.
Messi alle strette, gli uomini di Casini hanno scelto di intraprendere una via arrischiata.
Saranno infatti le urne a sancire l’effettiva portata del ruggito del Centro. Un’eventuale, massiccia vittoria di Berlusconi conferirebbe allo Scudo Crociato lo status di forza superflua. Quale che sia, infatti, il loro bacino di consensi, la formula elettorale in vigore li costringerebbe a sedere in un Parlamento saldamente in mano agli ex alleati. Ma se viceversa – magari in virtù dell’attribuzione del premio di maggioranza su base regionale al Senato – il PdL ne uscisse azzoppato, o addirittura sconfitto, il soldato Casini avrebbe ottenuto l’obiettivo più ambito: incrinare il monopolio quindicennale di Silvio Berlusconi sul centrodestra.
La battaglia dei democratici cristiani, insomma, è qualcosa di meno e qualcosa di più di un tardivo revival del popolarismo italiano. Qualcosa di meno, perché un eventuale ricompattamento dei cattolici attorno ad un’unica bandiera appare oggi eventualità remota. Qualcosa di più, giacché la sfida mossa al Cavaliere induce a domandarsi: sarà questa la fine del berlusconismo?







